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Ritratto di Casale, Torino 1966, tav. XX |
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Pier Francesco Guala: I canonici di Lu
Nel 1748
un fausto avvenimento movimentò la tranquilla vita di Lu Monferrato. Per
intercessione di Monsignor Millo, Datario Apostolico, il Pontefice Benedetto
XIV concesse ai canonici della Collegiata di S. Maria
di mutare l'«almuzia» con il
rocchetto e la cappa magna. Potrebbe, oggi, parer poca cosa; tale non parve
alla Magnifica Comunità di Lu che indisse solenni
festeggiamenti, narrati per esteso in una cronaca del tempo (in casella, 1915). Si celebrarono
funzioni religiose e processioni; si fecero «spari di mortaretti e suono di
tutte le campane… limosine a' poveri… fuochi artificiali in quantità»; si eressero archi
trionfali con iscrizioni giubilanti («Laetamini oppidani/ Admiramini advenae» ecc); infine vi fu «gran tavola» ossia un pranzo
che riunì i «Signori Capitolari, Signori Consoli e
principali Gentiluomini» di Lu e di Casale in festosa
allegria. Né bastò: per ricordare in forma degna
l'evento fu commesso al Guala un ritratto del
Capitolo. I bravi canonici, non proprio sdegnosi di terreni onori e di
conviviali piaceri, dovettero eccitare l'estro del pittore sì che la tela
riuscì «il suo capolavoro ritrattistico…, un'accolta sorprendentemente arguta
di mezzi busti, mossi dalla brezza del loro stesso chiacchierare»
(testori, 1954). Coi visi ancora accesi per la gioia - e forse anche per via
di quella «gran tavola» - i canonici sono intenti a comporre la lettera di
ringraziamento a Monsignor Millo, «fatica non lieve... se dobbiamo credere alla
cosa come ci fu tramandata dal Guala» (carità, 1949). I più
giovani parlottano tra loro; l'autorevole prevosto detta; un collega anziano
avanza proposte e suggerimenti; il segretario scrive un po' esitante, badando a
non commettere errori.
Tutti
indossano il nuovo abito e il Guala indugia con
divertita insistenza sulle rosse sete frusciami delle cappe magne, sulle loro
pieghe ancora un po' rigide, sulle spumose arricciature delle candide trine,
ogni cosa descrivendo a puntino come certo era nei voti dei committenti. I quali forniscono altra materia di divertimento al pittore, con
quelle mosse lietamente eccitate, rese da una pennellata increspata di
spiritosa, benevola ironia. Vide mai, il Guala,
qualche ritratto di gruppo fiammingo? Se mai, ne
ritenne appena un vago spunto compositivo e non il
crudo, talvolta crudele, realismo. Tutto, qui, indica la partecipe simpatia del
pittore per i suoi
modelli; simpatia che si riverbera sullo spettatore e l'avvince
irresistibilmente: non a caso questa è l'opera più nota e popolare del Guala.
Da essa, anzi, ebbe inizio la sua
rivalutazione critica. Esposti alla Mostra del Ritratto italiano del 1911 a
Firenze - sia pure con un punto interrogativo accanto al nome dell'autore - i Canonici
di Lu segnarono «la prima apparizione di P. Francesco Guala
sul piano nazionale e, dunque, il primo tentativo di levarlo dal chiuso di interessi esclusivamente locali» (testori, 1954). Quando, alla Mostra
del Barocco Piemontese del 1937 a Torino, Vittorio Viale dedicò al Guala due intere sale, questa fu la tela più ammirata. Da
allora i Canonici non hanno mai mancato di sostenere la fama
del Guala nelle occasioni propizie (la Mostra
organizzata da Giovanni Testori nel 1954 ad Ivrea,
Milano e Torino; la Mostra del Barocco Piemontese del 1963 a Torino), ogni
volta esercitando un particolare fascino sui visitatori. Di riscontro va
segnalata la loro fortuna presso i critici e gli studiosi: quelli
specificamente impegnati nell'argomento e anche quelli che vi si accostarono
occasionalmente, sul filo di altri interessi. Il Calcaterra ad esempio, che nel Nostro
imminente Risorgimento ricorda il Guala proprio
in virtù dei suoi Canonici «vivi e parlanti». Un quadro, insomma, di universale validità: frutto, s'intende, dei suoi meriti
artistici ma anche della amabile civile comprensione umana che in esso traluce.
M. Viale Ferrero
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