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Al païs d'Lü, n. 5 (1996), p. 3 |
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Anno del Signore 1390. La voce di Lu
Questa è la sintesi del più antico documento
custodito nell’Archivio storico del Comune di Lu.
Nel
cuore fortificato di Lu, chiamato "ricetto", dentro il palazzo del
Marchese Dalla Valle, nove uomini sono riuniti:
-
Stefano di Cereseto, Vicario del Marchese di Monferrato Teodoro II Paleologo;
- Antonio Bobba e Giacomo Dalla Valle, sindaci designati a
rappresentare la Comunità di Lu;
- Giovanni Catassio e Giacomo Rasillo, sindaci designati a
rappresentare la Comunità di Mirabello;
- Facino
Mariscalco di Mirabello, il sacerdote Giacomo Aresca
di Camagna e Pagano Ferrario di Lu, convocati come testimoni.
Registra l'atto su carta pergamena il notaio luese Guglielmo Piazza. E' il 5 settembre dell'anno
del Signore 1390.
Alla
presenza del Vicario del Marchese di Monferrato,
vengono confermate e messe per iscritto due antiche consuetudini tra Lu e Mirabello.
Prima
consuetudine: un Luese, che possieda beni fondiari nel territorio di Mirabello,
non deve per essi pagare tributi; così pure un
abitante di Mirabello per ciò che possieda nel territorio di Lu.
Seconda
consuetudine: chi, abitando a Mirabello, venda ad un
forestiero una casa o un terreno deve continuare a pagare ì tributi per essi,
come se la vendita non fosse avvenuta; così il Luese, qualora venda a chi non
abiti a Lu.
A nulla
vale il ricorso ai tribunali: chi contravviene alle
due consuetudini, la cui suprema tutela è affidata al Marchese di Monferrato,
deve rimborsare tutte le spese di lite a chi non contravviene.
La prima
consuetudine, che nell'anno 1390 viene già sentita
come antica, fa intuire l'esistenza di frequenti permute di terreni tra Lu e
Mirabello.
La
seconda consuetudine, che obbliga chi abbia venduto case o terreni ad un
forestiero a continuare a pagare i tributi come prima della vendita, mira ad un
obiettivo: che per ogni bene fondiario ci sia una persona facilmente reperibile
che per esso paghi i tributi. Anche gli statuti medievali di
altri paesi del Monferrato, come Treville e Pontestura, contengono
norme che impediscono o scoraggiano il trapasso di case o di terreni a
forestieri.
Le secche disposizioni che isolano socialmente chi non rispetti le
due antiche consuetudini mostrano quanto traumatica sia per gli equilibri di un
paese monferrino la violazione di tradizioni consolidate nei secoli. Anche Teodoro
II
Paleologo sa che quei villaggi appollaiati sulle colline o distesi su lembi di
pianura, quei villaggi in apparenza indolenti e quasi addormentati, sono tanti
piccoli pianeti; ognuno ha la sua storia minima, i suoi santi, i suoi antichi
mestieri e le sue consuetudini. Guai a toccarle! Sancire con l'autorità
(ma sarebbe meglio dire "autorevolezza") marchionale gli usi
radicati e rispettare per quanto possibile le diversità di ogni
paese significa ottenere con il prestigio quello che nessuna violenza potrebbe
strappare, quella fedeltà di cui Teodoro II in questo momento ha assoluto bisogno.
In questo
scorcio di estate 1390 la tensione è al culmine e la
ripresa delle ostilità tra i Savoia e il Marchese di Monferrato quasi una certezza dopo tre anni di relativa quiete.
Il Conte
Rosso, Amedeo VII di Savoia, morde il freno. A sua volta
Teodoro II mira a strappargli il Canavese, boccone sempre appetibile.
Tra i due si è interposta la Vipera Milanese, l'astro nascente di Gian Galeazzo
Visconti. Intanto Teodoro II manda il Vicario Generale a tastare la fedeltà dei
paesi del suo Monferrato, mai come in questo momento
bisognosa di prove e di rassicurazioni, anche attraverso piccoli atti formali
come la nostra carta del 5 settembre
1390.
Gianfranco
Ribaldone