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Al païs d'Lü, n. 1 (2002), p. 2 |
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Gelindo, fiaba di tempi andati
Quando guardi il Gelindo ti coglie un’allegria
cristallina, quella che stilla dalle storie di una volta, genuine, nelle quali
cerchiamo riparo ogni volta che la vita moderna ci lascia stanchi o delusi. Ma quando il Gelindo finisce e l’allegria sfuma, ti resta
una velata malinconia, che poi si muta in nostalgia. Perché Gelindo e la sua
famiglia appartengono a un’epoca che non esiste più.
La magia del vecchio Gelindo è sempre stata la sua eterna attualità, la sua resistenza
al correre dei decenni: il pastore piemontese dell’ottocento, quello di inizio novecento o quello del secondo dopoguerra erano in
fondo la stessa persona, ferma nel tempo perché fermo era il tempo. Oggi non è
più così. Le epoche vorticano e Gelindo è rimasto indietro, in un mondo definitivamente
tramontato con i suoi costumi e le credenze, le stalle e i mungitori, le ceste
di vimini e gli scialli, i “fer da sià” e i “giabot”. Gelindo è
l’ingenuità mista a saggezza, l’accontentarsi di nozioni elementari e talvolta
errate, l’ignoranza - nel senso affettuoso del termine - che era causa di mille
miserie, ma fonte di tanta serenità. Noi gente del Duemila abbiamo salpato
l’ancora e salutato quel mondo antico. Noi, infelici perché più nulla ci resta da scoprire, abbiamo migliorato la “qualità della vita”, ma
di quell’epoca abbiamo dimenticato molte, troppe
cose. Ci capita così, fra fax e computer che emettono mostruosi latrati, di pensare
a una stalla, dove si riempiva la greppia col fieno. Oppure a sera, nelle nostre case scorrazzate dalle televisioni, di
immaginare una casetta poco illuminata, dove attorno al focolare si ascoltavano
le ultime notizie dalla città, cadere dalla bocca del capofamiglia. No,
non è più tempo per questo. E che malinconia, quando
il Gelindo finisce.
Christian Isola