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Al païs d'Lü, n. 3 (1997), p. 3 |
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L’isola degli appestati
Giovanni
Forno fu notaio a Lu dal 1484 al 1539. Di lui rimangono
due grossi faldoni di carte (Archivio di Stato di Alessandria,
Archivio notarile del Monferrato, mazzi 1885-1886). Per decifrare la sua grafia
occorre molta pazienza, ma i risultati compensano ogni sforzo: cinque secoli non
sono una distanza troppo grande se la sete di
conoscenza ti asseta ancora.
Tra le
carte di Giovanni Forno ho scoperto tre documenti eccezionali: nell'ottobre
dell'anno 1502 tre luesi, colpiti dalla peste,
gridarono al notaio le ultime volontà. Quell’anno era
arrivata anche a Lu la pestilenza, la crudele signora
dai baci crudeli.
O
la fame o la casa
Lu, 5
ottobre 1502. Un uomo di nome Castellazio, relegato
nelle capanne di contrada San Quirico, è morso dalla fame. I parenti, temendo
il contagio, non gli portano cibo. Ma un uomo esperto
di legge, Giovanni Antonio Platea, fa una proposta che a Castellazio
sembra dolce come il miele. Testimoni una cerchia di altri
appestati, Platea s'impegna a portare cibo allo sventurato e a
provvedere alle sue necessità. Costui in cambio gli cede la proprietà della sua
casa; se un giorno guarirà potrà pur
sempre abitarvi, pur non essendone più proprietario. I vili parenti sono cosi
tagliati fuori dall'eredità.
Drammatica
è la parte iniziale del documento: non solo il morbo, ma anche la nera fame e
la solitudine profonda (videns se derelictum)
gettano Castellazio nella disperazione.
Buon gioco ha l'esperto e smaliziato Giovanni Antonio Platea che al poveraccio
appare come l'unica àncora di salvezza.
L'uomo che donò le sue ossa
Lu, 20
ottobre 1502. Giovanni Bovarino,
anche lui appestato e segregato presso le capanne di contrada San Quirico,
detta le sue ultime volontà. Testimoni sono i compagni di sofferenza. Dopo
aver raccomandato l'anima all'Altissimo, Giovanni dispone che il suo corpo sia
sotterrato dove capiti. Un giorno però le bianche ossa siano traslate presso la
chiesa dì San Nazario e lì trovino sepoltura. Un po' del suo denaro vada alle
chiese di San Nazario, di Santa Maria Nuova e di San
Giacomo; dieci fiorini alla nipote Giacomina. Il resto dei beni tocchi alla figlioletta ancora da maritare.
E' possibile
che Giovanni abbia assistito alle affrettate sepolture di altri appestati come
lui. Chiedendo che le sue ossa vengano un giorno (in futurum)
raccolte e sepolte vicino alla chiesa sua diletta, egli dà non solo un
addio ma anche un bacio al mondo.
L'ultimo
grido di Francesco
Lu, 25
ottobre 1502. Segregato nella sua casa per la peste che lo ha colpito,
Francesco De Greppo, sentendo vicina la morte, si affaccia alla finestra e
grida le sue ultime volontà. Pochi, derelitti e improvvisati testimoni lo
ascoltano dalla strada, tenuti a distanza dal Commissario di Sanità, Pietro Pacio di Fubine. Il suo corpo sia
sepolto presso la chiesa di San Nazario, ma nessun bene venga
lasciato alla chiesa. La vigna di sei stara tocchi
alla moglie Caterina, che aspetta un bambino. Il resto dei beni alla creatura
che nascerà.
L'asciutto e
conciso latino notarile evoca efficacemente l'ambiente
allucinato in cui viene pronunciato il testamento: per le strade di Lu, rese desolate dalla pestilenza, risuona il grido dell'appestato che
cerca di chiamare come testimoni i pochi e spauriti passanti (testibus
repertis ac habitus propter pestis contagionem… vocatis ac rogatis ore proprio testatoris).
Gianfranco Ribaldone