Al païs d', giugno 1976, p. 1

 

 

 

 

La peïsa d’na vota

1920

 

Ecco un caro ricordo del nostro paese, l'immagine risale all'anno 1920, non ho potuto ammirarla di persona questa bellissima costruzione del peso pubblico o meglio dell'arco d'Ia peïsa. Realizzata in mattoni a vista, era edificata sulla piazza grande o meglio piazza Vittorio Emanueie III a quell'epoca, oggi Piazza General Gherzi. Un caro ricordo ancor oggi vivo in molti, purtroppo dinanzi ai miei occhi non vi è altro che una cara fotografia, visto che a quel tempo non ero ancora nato.

Mi è stato detto che sotto l'arco vi era il piatto in ferro sul quale sostavano i mezzi di trasporto di allora per essere pesati, ad esempio i buoi, i carét, i tumbaré, i biroc. All'interno dell'arco e precisamente nella parte sinistra vi era uno stanzino, dove veniva controllato il peso sull'asta graduata, e una scaletta a chiocciola che conduceva al terrazzo, dove stavano panchine e sedie sulle quali la gente di Lu soleva passare alcune ore. Tra i vari custodi del peso pubblico vi era al Fransesc, ovvero Gallo Francesco, noto calzolaio che aveva bottega dove adesso vi è la Cassa di Risparmio, più tardi vi sarà la figlia Gallo Maria, conosciuta come la Maria d'Ia Gala, ed infine Capra Adolfo detto Munsrét.

Ogni anno nel mese di maggio e precisamente il giorno di S. Croce, si teneva in piazza la famosa Fiera del bestiame; tutti gli animali elegantemente ornati venivano allineati sino all'inizio del viale, o meglio sino alla Puvrera. In tale occasione si chiudeva la piazza della peïsa e si vendevano i biglietti per partecipare alla gara, dotata di ricchi premi in natura ed in denaro.

Un noto personaggio della nostra piazza era al Ciuscot o al Ciucotu, questo signore con il suo mulo portava l'acqua alla popolazione attingendola o dalla pompa, o dal pozzo d'Giapot (oggi rimane ancora la pompa o cisterna sotto la piazza, in prossimità del distributore di benzina, la quale serve come deposito della neve).

Ogni lunedì mattina si radunavano in piazza tutti gli artigiani del paese per giocare a bocce nonché per bere un buon bicchiere o bicerot d'vé; queste figure erano al Carlo Busui calzolaio, al Fabio’ e al Uanè noti sarti monferrini, u Ricu du Rassiu proprietario del caffè ristorante, u Dulfu d'Giambrè falegname e barbiere, al Filicè dCagna calzolaio e più tardi realizzatore di coperchi per pentole, ed al Firmè a tutti noto come barbiere, ciclista, arrotino, attore e direttore d'orchestra.

La piazza era di terra battuta, le botteghe più importanti erano u Stevu al fra’ noto maniscalco e fabbro ferraio, la Buteia du Luciu, culla dal Pinu al fra’, al Café d' la Gala, al Gaget e la buteia d' Cagonda.

D'inverno chi non si ricorda della bottega d'la Sparpaiognia o dPonsaneira che vendevano le castagne arrosto, nonché i bischêc, al castagnisêcchi, i fisêc, e ai giapunêisi.

Una figura tipica ed allegra del paese era al Sgnuren, un ometto non tanto alto con impuntate sul petto una trentina di medaglie e croci al valor militare; egli salendo sul terrazzo divertiva la gente a Carnevale leggendo "La Busiunà" (raccontare ciò che accade nel paese in modo allegro ed in rima dialettale). In quel mentre, chi non si ricorda del Camilè d' Cagna il quale divertiva la gente con i suoi giochi come il tiro al pollo e la caccia all'oca per mezzo di cerchi fatti con il salice piangente, e mentre l'oca guazzava in una bigoncia colma d'acqua incitava la gente gridando: «U che oca ... U che oca... !». Un anno o due dopo realizza la Madama Carpentiera, una donna in legno alta e larga metri 4,50; tale struttura gigantesca era posta su di un perno girevole e tutti coloro che correndo riuscivano ad infilare un'asta nel buco posto nel palmo della mano destra vincevano una lira; quelli che non vi riuscivano, oltre a non vincere la lira, perdevano due soldi e ricevevano una sberla dalla mano sinistra dell'allegra Madama.

Per finire c'era anche al Pietrullo o Pietru du Sondru in compagnia del suo cane d'enorme grandezza nominato Ianè; questo signore si coricava nel mezzo della piazza e faceva finta di morire, cosi il suo cane in un lamentoso ululato in segno di pianto afferrava con i denti il mantello e lo copriva, a scena finita metteva le sue zampe sul padrone e continuava a piangere.

Come questi personaggi, a Lu e in tutti i paesi se ne trovavano molti ed ora "a ie non pu la rasa", questo che ho voluto presentarvi è semplicemente un tipico quadretto di vita intorno agli anni venti e spero che abbia fatto piacere a tutti i lettori.

Marco Quartero