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Al païs d'Lü, n. 8 (1997), p. 6 |
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Le chiese di Lu nei testamenti degli
anni 1483-1503
Ogni
sera, al bagliore della luce
elettrica, ordino e ricompongo un grande numero di atti
notarili luesi degli ultimi anni del Quattrocento e degli
inizi del Cinquecento. Si trovano nell'Archivio di Stato di Alessandria,
dispersi come aghi nel pagliaio. Ad uno ad uno li ho cercali,
recuperati, microfilmati e fotocopiati. Un salasso per le mie povere tasche, ma
ne valeva la pena.
Ogni sera, al bagliore della
luce elettrica, studio e classifico le fresche fotocopie delle antiche carte,
inserendo ogni foglio in una busta trasparente e ogni busta in un classificatore:
sono così nati, in questi mesi, nove volumi con circa duemila atti che,
seguendo l'ordine dei giorni e degli anni, sono cronaca viva di mezzo millennio
fa.
I notai luesi di fine Quattrocento non amavano chiudersi
nello studiolo, ma giravano per le diverse contrade, là dove erano chiamati.
A volte rogavano gli atti nelle case dei clienti, a volte all'aperto,
servendosi di un tavolo improvvisato. Sigillavano i contratti di dote, formulavano
i rogiti di compravendita, raccoglievano le ultime
volontà dei moribondi, convincevano i litiganti a giungere ad un compromesso e,
sotto il portico del palazzo comunale, nella contrada del ponte del castello, assistevano
i consoli nell'amministrazione della giustizia. A volte si spingevano fino a Cuccaro, quando
erano chiamali dai Colombo o da altre famiglie.
Ogni sera, sotto i miei occhi, al bagliore della
luce elettrica, quel mondo rinasce.
Quando recupero un testamento,
mi sembra quasi di raccogliere un frammento perduto fra le stelle, un graffito
con un messaggio che ha viaggiato cinque secoli. In quei pochi fogli sono scritte
le ultime volontà di un uomo, lì è racchiuso quello che
era il suo mondo, il suo paese, l'alfabeto della sua vita.
I testamenti seguivano una traccia costante. Il
notaio, dopo aver indicalo la data, precisava il posto dove il testatore dettava
le sue ultime volontà: sul letto di morte o, se la vita era ancora in fiore, nella
sala bella della casa oppure, quando la peste infuriava, nell'ombra squallida di un solaio o in una capanna del lazzaretto in
contrada S. Quirico. Andreotto
Corniola, assai malato, fece testamento direttamente nel cimitero della chiesa
di S. Maria Nuova e il notaio, anche nel cimiterium, era
presente! Ma Andreotto si
salvò.
Dopo aver elencato
i testimoni, il notaio, con occhio
clinico, precisava se il testatore, oltre che lucido
di testa, era per grazia di Dio in piena salute oppure già gravato dalla malattia
e per quale motivo aveva deciso di fare testamento e dove voleva essere
sepolto. Nell'assegnare i beni dell'eredità, il primo pensiero di ogni Iuese andava alle sue
chiese predilette, a cui lasciava "una tantum" qualche soldo, spesso
precisando che doveva essere speso per i restauri (pro restauratione,
pro refectione, pro reparatione... ).
Alcuni, per essere più sicuri, vollero lasciare, anziché soldi, legname da
costruzione o un po’ di calcina.
Molti non si dimenticarono di S. Valerio patrono e
all'illuminazione del suo corpo destinarono qualche soldo o un po' di cera o un
barilotto d'olio. Alcuni testatori
lasciarono, in soccorso dei poveri, vino, grano, legumi
e denaro. Il testamento si chiudeva con i lasciti ai familiari e agli amici.
Quali chiese venivano ricordate
nei testamenti luesi di cinquecento anni fa? Quale posto occupavano nella mente e nel cuore dei nostri avi? Quali notizie su ciascuna di esse è possibile attingere dai testamenti? A queste domande
ho cercato di rispondere nel pezzo qui sotto pubblicato, dopo l'esame degli ottantacinque
testamenti nel riquadro in fondo elencati. Ottantacinque piccole luci di un cielo
lontano.
S. Maria Nuova
All'epoca
dei nostri testamenti, la giovanissima parrocchiale
di S. Maria Nuova, costruita sulla gobba dell'antica
chiesa di S. Pietro e consacrata nell'anno 1479, godeva di grande prestigio, ma
non prevaricava sulle altre due parrocchie luesi: ben
due testatori su tre le destinarono un po' di soldi (pro fabrica... pro reparatìone... ),
ma solamente uno su sei la scelse come luogo di sepoltura.
I
testamenti ci dicono che v'era un cimitero al suo esterno e un luogo sepolcrale
dentro la chiesa stessa; Germano Maimono,
il 23 maggio 1492, lasciò all'erede un contributo di tre fiorini perché
costruisse all'interno del sacro edificio la cappella funeraria della
famiglia, intitolata a S. Sebastiano, ai cui restauri, sei anni dopo,
Francesco Maimono destinò tre moggia di calcina;
Giovanni Francesco Donadeo, il 27 gennaio 1499, lasciò
cento fiorini per la costruzione, sul lato della chiesa volto verso la
piazza, di una cappella funeraria intitolata a S. Francesco.
Bartolomeo
de Oriolio, nel testamento del 17 aprile 1494, lasciò
alla chiesa barocias quatuor petrarum per un certo voto
fatto. Il 24 ottobre 1503 Giovanni Andrea Della Piazza dispose che il suo erede
consegnasse alla chiesa un rubbo d'olio per l'illuminazione
della statua di Maria
Vergine.
S. Giacomo
La chiesa
di S. Giacomo era molto amata dall'intera comunità, anche da quei Luesi che non appartenevano a
tale parrocchia: ventisei testatori (su ottantacinque) la scelsero come luogo
di sepoltura, ma altri quaranta le lasciarono comunque piccole somme di denaro.
Dai testamenti risulta che v’era un luogo sepolcrale
all’interno del sacro edificio e un altro all’esterno. Opicino
Quartero, il 2 giugno 1490, lasciò all’erede un
contributo di dieci fiorini perché nella chiesa costruisse la cappella
funeraria della propria famiglia.
S. Nazario
Venne
ricordata da sessanta testatori, metà dei quali la scelsero come luogo di
sepoltura. Tra i suoi parrocchiani contava membri di prestigiose
famiglie luesi e questo le conferiva una patina di
"noblesse", oltre che ricche doti.
Francesco Bobba, nel testamento rogato il 16 settembre
1483, dispose di essere sepolto nell'annessa cappella
di cui era patrono, intitolata a S. Maria e le
lasciò quattro moggia di terra; dieci anni dopo, Benvenuta Bobba
precisò che la cappella era intitolata alla Concezione della Beata Vergine Maria. Nel testamento del 6
ottobre 1503 Germano Donadeo dispose che gli eredi
consegnassero alla chiesa un carro di legna, quella buona, la migliore
esistente nel bosco chiamato "La pelucha",
per i restauri (pro reparatione).
All'esterno
di S. Nazario vi era un cimiterium: a
Zanono De Mareschoto, nel testamento
del 3 febbraio 1498, non importava molto se essere sepolto dentro la
chiesa (in ecclesia)
o sopra il suo cimitero (super cimiterium).
S. Pietro
Chiesa
dalle sette vite, come i gatti. Esisteva a Lu già nell'anno
1028 (cfr. Aldo di Ricaldone, Appunti toponomastici sul territorio di
Lu, Pro Loco Luese
1982, pp. 31-36). Nella seconda metà del Quattrocento le fu sopra costruita la
chiesa di S. Maria Nuova, ma S. Pietro non scomparve,
anzi divenne una piccola e suggestiva parrocchia
sotterranea. Fu privata dei suoi diritti parrocchiali da papa Sisto IV con
bolla del 4 maggio 1482, ma sei testatori luesi, dal 1486 al 1495, la scelsero come luogo di
sepoltura. Bianca Della Piazza, nel testamento del 12 giugno 1490, dopo aver
lascialo un piccolo contributo, forse per difendere gli antichi diritti della
chiesa, donò una tovaglia d’altare perché fosse
d’ornamento alla cappella di famiglia.
S. Pietro
mantenne ancora una sua identità per oltre due secoli. Scrivevano gli uomini
del Consiglio di Lu nell’anno 1720:”Chiesa antica detta di S. Pietro, annessa et unita alla Chiesa Parrocchiale et
Collegiata di S. Maria Nuova di Jus
patronato di questa Comunità e che si estende sotterraneamente
dalla parte di sotto al choro” (Archivio storico
del Comune di Lu. Convocati consiliari, vol.
8°, p. 254).
Il 21
gennaio 1721 dalla chiesa di S. Valerio sul Castello furono lì trasferite le
reliquie del patrono di Lu o, meglio, ciò che
rimaneva di esse dopo il furto del busto d'argento.
L'antica chiesa di S. Pietro diventò allora la cappella nuova di S. Valerio (cfr. A. Tizzani, Lu Monferrato nel corso dei secoli, Asti 1967, pp. 212-215).
S. Valerio (sul Castello)
Trentacinque
testatori lasciarono un piccolo contributo per alimentare la fiamma che
illuminava il corpo di S. Valerio, patrono di Lu:
qualche soldo o un barilotto d'olio o qualche libbra di cera.
Solo sette
testatori si ricordarono della chiesa che ospitava le
reliquie, lasciando un po' di denaro per le opere di restauro. Si trovava sul
Castello, come risulta dagli Atti della Visita di Mons. Montiglio nel 1584 (cfr. E.
Colli, S. Maria Nuova di Lu, Casale 1911, p. 11).
S. Biagio
In una
trentina di testamenti venne ricordala la chiesa di S.
Biagio. Domenico Bareria, il 31 dicembre 1502, lasciò mezzo staro di vino alla confraternita o compagnia di S. Biagio (confraternitati
seu societati sancti Blaxii); un
anno dopo, Germano Donadeo destinò alla confraternitas
venti soldi. La chiesa di S. Biagio era dunque, almeno dal 1502, un
oratorio, dove i laici si radunavano per cantare salmi, dare inizio a processioni
penitenziali e organizzare opere di carità. Oggi è un'autorimessa con Divieto
di Sosta.
S. Francesco
Da undici
testatori fu ricordata questa chiesa. Era sede di una
confraternita: nel testamento di Gabriele de Solario, rogato il 7 gennaio
1486, dieci fiorini vennero destinati all’oratorium di S.
Francesco di Lu per la celebrazione di messe in
suffragio dell’anima del testatore.
S.
Antonio
Questa chiesa luese venne citata la prima volta da Giovanni Lexia
che, nell’anno 1489, accingendosi a partire pellegrino per visitare la celebre
abbazia di S. Antonio di Vienne, non si dimenticò nel
suo testamento di lasciare una libbra d’olio alla più modesta chiesa di S.
Antonio a Lu. Prima di lui altri Luesi s'erano diretti
in pellegrinaggio alla volta della cittadina francese (cfr.
il mio studio Paese mio, addio! in "Al païs d'Lü", maggio 1997).
S. Bernardo e
S. Maria di Macerasco
Giovanni
Francesco Donadeo, in entrambi i suoi testamenti,
rogati negli anni 1494 e 1499, lasciò qualche soldo per i restauri della chiesa
di S. Bernardo e un fiorino per comprare calcina o
legname destinati agli interventi sulla chiesa di S.
Maria di Macerasco. Erano
piccole chiese campestri (super posse Lu).
S. Sebastiano, S. Rocco, S. Cristoforo
Tre
chiese, tre suppliche di pietre e mattoni rivolte a santi protettori contro il
flagello della peste che, come testimoniano alcuni atti
notarili, colpì il territorio luese negli anni 1485-1486
e 1502-1503.
Il 17
ottobre 1485 Andreotto Corniola lasciò dieci soldi
come contributo per la costruzione (pro
aedificacione) della chiesa di S. Sebastiano; negli anni 1502-1503
altri quattro testatori destinarono piccole somme per i suoi restauri. S.
Sebastiano ebbe tre secoli esatti di vita: nell'anno 1785 il canonico luese Giuseppe Maria Demartini volle che i mattoni e il legname dell'ormai
cadente sacro edificio, divenuto ricettacolo di vagabondi, fossero destinati
alla costruzione di una nuova chiesa, a un miglio di
distanza, in frazione Demartini, intitolata ai Santi
Sebastiano e Martino (cfr. i
miei studi in "Al païs d'Lü",
luglio 1995 e settembre 1995). Da due anni un osceno box di lamiera deturpa e
profana questa bella chiesa campestre.
In
quattro testamenti dell’ottobre 1503 fu lasciato qualche soldo e un po’ di
legname per i restauri della chiesa di S. Rocco.
Il 20
ottobre 1503 Lorenzo Quartero dispose che gli eredi
ultimassero la costruzione già iniziata (iam inceptam) della piccola cappella (capeletam) di S. Cristoforo. In un testamento rogato
nello stesso giorno, Umberto Alinero le destinò dieci
soldi.
Si apre, come
pallido cielo, il mondo delle chiese di Lu, quale
appare nei testamenti di fine Quattrocento. Ma la
stella dov’è? Perché nessuno dei testatori
si ricordò della pieve di S. Giovanni,
che per secoli aveva brillato nella piana luese di Mediliano? In realtà, alla fine del Quattrocento, non era più
una pieve o parrocchia rurale. Nel febbraio dell'anno 1479 una bolla di papa
Sisto IV, togliendole sia gli antichi benefici pievani sia la prestigiosa collegiata di sacerdoti (detta anche canonica o
prepositura) istituita verso la metà del tredicesimo secolo, aveva trasferito
ogni diritto alla chiesa di S. Maria Nuova che stava
sorgendo al centro di Lu (cfr.
G. Banfo, S.
Giovanni di Mediliano: ricerche storiche intorno ad
una pieve rurale, BSBS, XCIII, 2, pp. 435-440). La stella di Mediliano non era tramontata, ma ora brillava in cima al
colle: la novella chiesa aveva ricevuto in dote l'antica collegiata di S. Giovanni.
Con una
procura del 2 aprile 1485 il Consiglio Comunale affidò a tre alte personalità ecclesiastiche il compito di
difendere coi denti, presso la Santa Sede, la praepositurae translatio, il trasferimento della
collegiata (Archivio di Stato di Alessandria, Archivio notarile del
Monferrato, mazzo 1885). In
un atto del 17 settembre 1522 il notaio scrisse:"Canonicus sancti Johannis de Mediliano seu sanctae Mariae
Novae", canonico di S. Giovanni di Mediliano
ossia di S. Maria Nuova (Archivio di Stato di
Alessandria, Archivio notarile del Monferrato, mazzo 1885). Erano
passati più di quarant’anni dalla translatio, ma
ancora non s’era dimenticato che la prestigiosa
collegiata di S. Giovanni viveva e riviveva in S. Maria
Nuova e che l’antica pieve, ridotta ad umile chiesa campestre, era il fiore
spento che aveva donato tutta la sua luce alla chiesa novella in cima alla
collina.
Gianfranco Ribaldone
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Ottantacinque
avi luesi che dall'anno 1483 all'anno 1503 affidarono
al notaio le ultime volontà (Archivio di Stato di
Alessandria. Archivio notarile del Monferrato, mazzi
1885-1886-3665-3666-319) ANNO 1483 Francesco Bobba ANNO 1485 Lorenzo
Caldera (1° testamento) Andreotto Corniola (1° testamento) Donato
Ferrando (1° testamento) ANNO 1486 Gabriele De
Solario Giovanni
Martino De Mazenta Simone FuIco Lorenzo
Caldera (2° testamento) ANNO 1487 Alberto
Caldera Valerio De Rosa
Domenico De
Cerano ANNO 1489 Giovanni De Turbis Giovanni Lexia Matteo De Prosio ANNO 1490 Opicino
Quartero (1° testamento) Bianca Della
Piazza Giovanni De
Grate Antonio Guacio ANNO 1492 Franceschino
De Gossiis Germano Maimono Pietro Della
Valle Biagio De Nigris ANNO 1493 Giacomo De Pelliciis Guglielmo Bisolio Benvenuta Bobba Domenico De Vegis Donato
Ferrando (2° testamento) ANNO 1494 Domenico
Crivello Bartolomeo
De Oriolio Rolando Ribaldone Speraindìo Della Valle Giovanni
Francesco Donadeo Uberto De Blandiate ANNO 1495 Giacomino Butrio Zanina De Salio Veremondo De Brochis Margherita Talenca Antonio Cazullo Antonio Capa Enrico Allino Pietro De Sepis Bernardino
Capra Sebastiano Della
Valle Opicino
Quartero (2° testamento) Maria
De Nibiola Ludovico De Crosiis ANNO 1496 Giacomina De
Vulpiano Giacomo De Mayernis Ruffino De Galiariis Valerio Ranzallio ANNO 1497 Bernardo
Gaia Zanino De Fussio Andreotto Corniola (2° testamento) Rolando
Ferrando Francesco De
Furata ANNO 1498 Giacomino De
Maseria Acomano
Villano Zanono
De Mareschoto Guglielmo
Della Valle Francesco Maimono Antonina De
Fumo Zanina Della
Valle Bonavey
Rivani ANNO 1499 Giovanni
Francesco Donadeo (2° testamento) Agnesina De Masia Rolando
Ferrando (2° testamento) Pietro Capra ANNO 1500 Onesto De
Curino ANNO 1501 Luchello
Ciresia Pietro Ferrando Michele De Mazenta ANNO 1502 Augusto Gueco Cristoforo
De Tarponis Bertolino De
Allaxino Margarina Malaspina Guglielmo Stropino Giovanni Bovarino Francesco De Greppo Domenico Bareria ANNO 1503 Domenichina Bisolio Germano Donadeo (1° testamento) Germano Donadeo (2° testamento) Lorenzo Quartero Umberto Alinero Giovanni Andrea Della Piazza |