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Al païs d'Lü, n. 3 (1998), p. 4 |
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Livarna, fiore di campo
Quattro
anni fa, durante gli scavi archeologici in San Giovanni di Mediliano,
affiorò una lastra di marmo, anzi un suo frammento, con sopra iscritte poche
parole latine che, ricostruite e tradotte,
suonano così nella nostra lingua: "Qui
riposa nel sonno della pace la compianta Livarna, che
visse nel mondo anni più o meno…”.
Quanti
anni visse nel mondo la cristiana Livarna non
sappiamo, perché la frattura della lastra interrompe l'epigrafe. Secondo gli
studi compiuti sull'iscrizione, ci divide da lei una distanza di circa un
millennio e mezzo, quando la pieve non era stata ancora eretta.
Così, ogni volta che passo davanti a S. Giovanni, saluto Livarna che, come fiore di campo, in quella terra su cui sarebbe
sorta la pieve trovò riposo "nel sonno della pace”.
Come sarà
Lu fra venti o trent'anni? lo non so, ma vorrei che, nel cuore del paese, sorgesse una
casa che fosse a tutti familiare, una "casa del tempo" (vogliamo
chiamarla "museo"?) e che essa ospitasse l'iscrizione di Livarna e i mille altri frammenti che gli archeologi hanno
riportato alla luce in San Giovanni e tanti altri segni di memoria della
nostra storia. E vorrei anche, se alla speranza posso
dar fiato, che da lì traesse alimento quella strana cosa che si chiama
"amore per la propria terra".
Ora una
domanda, la cui risposta vale più di una vincita alla
lotteria. Ci siamo affacciati su due abissi: uno sprofonda nel passato
lontanissimo, l'altro si slancia verso il futuro. Che
cosa c'è tra i due abissi? Che cosa c'è tra il passato
e il futuro?
La
risposta è una sola: ci sei tu.
Tremendo
è il tuo potere. Armato d'indifferenza, puoi cancellare la memoria e così
negarla anche a chi verrà dopo di te. Ma se tu...
Ecco il tuo paese, pronto per essere rifatto da ogni uomo che ci
abita, come un letto che si rifà ogni mattina. Un giorno io e Gino
Forni ci siamo incontrati e ci siamo detti: "Che stupidi siamo noi luesi! L'occasione bussa una e due e tre volte alla porta e
noi non apriamo? Valentissimi archeologi conducono gli scavi in S. Giovanni
esplorando le acque misteriose delle nostre origini; la Sovrintendenza ha
mostrato una sensibilità straordinaria; il
Comune ha fatto la sua parte. E noi stiamo qui a
guardare? Lu, edizione 1998, come sei stupida!".
Allora è nata
l'idea: formare un gruppo attorno all'antico ceppo del giornale, dialogare con
la Sovrintendenza e l'Università e il Comune, disegnare a poco a poco un
progetto, a poco a poco coinvolgere la popolazione attraverso piccole mostre e,
finalmente, centrare l'obiettivo, un museo del territorio luese.
Non lo vogliamo morto, ma luogo vivace e pulsante, che ospiti anche la sede
del giornale e che ogni domenica si animi di viva umanità, come un tempo la Peisa.
E forse
lo chiameremo Livarna, perché il cerchio si chiuda
sopra i suoi stessi inizi.
Grazie
agli archeologi, i segni della più antica storia di Lu
escono ora dall'ombra, come le lucertole al primo sole di marzo, quando strisciano
fuori da ogni dove da fratture e crepacci.
Al primo
sole di marzo (forza con quei pedali!) salgo la ripa che da Mirabello
porta a Lu e da lontano saluto la pieve e la sua terra
e ciò che quella terra conserva, le ossa dei primi cristiani delle nostre
campagne e, soprattutto, saluto da lontano Livarna
che, un giorno di millecinquecento anni fa, lì si
addormentò nel "sonno della
pace".
Gianfranco Ribaldone