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Quaderni luesi, n. 1 (2000), pp. 5-9 |
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Relazione introduttiva
Chi
conosce la propria storia, la storia del proprio paese, è persona che ha radici
e ha possibilità di crescere come un grande albero. Senza radici è un brutto
vivere, credo che questo sia un dato fondamentale che conosciamo tutti.
Un
dialetto è portatore di valori, di esperienze, di
saggezza: un dialetto è portatore di storie, di racconti e leggende che hanno
un enorme valore propedeutico. Quando la gente non sapeva
leggere e scrivere, tramandava attraverso la propria vulgata, da una
generazione all'altra, il proprio patrimonio intellettuale e affettivo, né più
né meno dei propri geni trasmessi con il DNA. Un antico luogo di
devozione e di culto aveva ed ha un valore di catarsi e di simbolo e senza di esso un villaggio o un popolo non aveva riferimenti: oserei
persino dire che le sofferenze e le gioie espresse per generazioni davanti al
simbolo, davanti a un altare, lo pervadono e ne fanno un polo di attrazione che
diffonde intorno sé un magnetismo che è molto difficile ignorare. Tant'è che in alcuni grandi luoghi di culto vanno persone
che non credono e alla fine della visita tutti sono
d'accordo nel dire che lì c'è qualcosa di diverso, c'è qualcosa che generazioni
di persone hanno lasciato. Una piazza dove la gente si riunisce da secoli per
decidere sulle proprie sorti diventa luogo di potere e
nessuno, che voglia influenzare i propri simili, potrà ignorarne il valore
simbolico. Noi siamo il frutto composito ed inimitabile di trasformazioni
durate secoli e pensare di poter prescindere da queste cose, scordarsi di quale
sia stato il nostro passato, sarebbe come pensare di
ricreare un uomo in un laboratorio asettico. Noi siamo come le rocce che il
vento, la pioggia e il mare hanno scolpito lungo i secoli e nessuno, per quanto
intelligente e capace, potrà mai ripetere tale
esperienza: è forse più facile imitare Michelangelo che certi capolavori di
madre natura.
Queste
brevi premesse potrebbero anche sembrare voli pindarici ("chissà cuschì uonda c’al
veu andà”), ma secondo me introducono
in maniera forte le motivazioni e le spinte ideali che ci hanno convinto della
necessità di costruire una casa, dove la storia, le tradizioni, le emozioni, in
buona sostanza la Vita che generazioni di luesi ci hanno
lasciato in eredità, trovino degna collocazione.
Una Associazione
di volontariato che raccoglie decine di persone che hanno maturato negli anni o
che, anche se giovani, sentono fremere queste sensibilità e queste emozioni ha
proprio questo senso. Ma non è solo tradizione, badate
bene, non è solo conservare e basta. E' trampolino di lancio, sono certezze,
sono carburante che permette al motore di un villaggio, di un paese, di una
città, di un popolo, di sopravvivere a se stesso, di migliorarsi e di conquistare
sempre più ampi spazi di civiltà.
Provate a
pensare quanti intellettuali, laureati, religiosi, imprenditori, uomini e donne
con alte funzioni di comando ha sfornato questo
piccolo povero paese di contadini: se ci mettessimo qui a enunciare quanti sono
coloro che negli ultimi quaranta-cinquantanni se ne
sono andati, che hanno studiato e che oggi rappresentano o hanno rappresentato
per la società civile o religiosa qualcosa di importante... Provate a pensare
quanti sono! Ma se ne sono andati per il mondo e quasi
nessuno è rimasto. Quale è stata la ricaduta, in
termini economici, culturali e di riqualificazione del nostro territorio? Forse
qualche posto di lavoro in più per qualche altro luese
che se ne andava, aiutato da qualcun altro che se ne
era andato via prima. O per qualcuno che, andato in pensione,
se ne ritornava e metteva mano a ristrutturare la casa dei suoi vecchi. Però il paese non è cambiato molto, è rimasto
sostanzialmente quello che era, anzi si è impoverito. Il paese ha continuato a
sopravvivere, come un terreno che dà molto frutto, ma noi che siamo tutti
contadini, se non altro nell’animo, perché i nostri padri lo sono stati,
sappiamo molto bene che un terreno, se non viene
concimato, col tempo si inaridisce.
Cominciare
a salvare le nostre chiese, a raccogliere i nostri archivi storici, a dare
degna collocazione a quegli oggetti d'uso, siano essi
sacri o profani, siano essi oggetti di grande qualità o oggetti umili che
usavano i contadini, ma che hanno scandito la vita dei nostri padri, significa
permettere ai nostri figli di riconoscersi, di identificarsi in mezzo alla globalizzazione. Credo che la globalizzazione
sia cosa a tutti nota, è un benessere ma anche un pericolo imminente. Se non ci diamo da fare subito, tra qualche anno i nostri
nipoti penseranno di essere i discendenti di Buffalo Bill, non sapranno più niente della loro storia.
Identificarsi
all’interno della storia di un paese è un po' come quando si va all'estero e si
sente parlare la nostra lingua e, anche se solo in due, in quel momento noi ci
sentiamo patria e nazione; ci sentiamo partecipi. Cominciare a salvare tutto
questo significa permettere a chi verrà dopo di noi di ricostruire la storia ed
assaporare, con il giusto orgoglio dell'appartenenza, la possibilità di ricordare
e continuare a vivere e costruire su solide basi.
L'Associazione
"San Giacomo" nasce all'interno della Pro Loco Luese,
dalla sua lunga tradizione di volontariato; nasce dall'interesse suscitato
dagli scavi e successivo restauro della pieve di San Giovanni di Mediliano: non dimentichiamoci
che là in Valle Grana nasce la storia cristiana delle popolazioni che abitano
non solo il nostro paese, ma di tutti i paesi che ci circondano. L'Associazione
"San Giacomo" nasce dagli studi compiuti in questi anni dal prof.
Gianfranco Ribaldone, che tanto tempo ha dedicato
allo studio e all'interpretazione degli atti notarili del Cinquecento luese, e dalla sensibilità di alcuni
membri della Pro Loco che già da alcuni anni si occupano di questioni che
riguardano monumenti, chiese, bellezze architettoniche di Lu
(da citare il recupero e restauro del vecchio orologio ottocentesco della
Torre). L'Associazione "San Giacomo" nasce dalla vergogna della Torre
oscurata e ormai sorpassata dalle antenne della Telecom
(a tal proposito abbiamo qui un'interrogazione che è stata presentata in
Consiglio Regionale dal Vicepresidente Andrea Foco). Nasce dall'urlo della
chiesa della Trinità, il cui scempio è sotto gli occhi
di tutti; nasce dal pericolo che la chiesa di S. Giacomo faccia la stessa fine
(e a tal proposito, deo gratias,
don Meda, che possiede il coraggio dei giusti, ha messo mano al restauro
dei tetti e del campanile, ed ha bisogno dell'aiuto di tutti).
L'Associazione non è una congrega di snob, ma un gruppo di persone
che impegnano volontariamente, senza scopo di lucro, il loro tempo per
lavorare,
ripeto lavorare, pulire, imbiancare, riordinare archivi e luoghi, ma anche per
pensare, elaborare progetti, raccogliere notizie, materiali, tradizioni da
tramandare ai nostri figli.
Dovremo
impegnarci prima di tutto per completare i lavori di ripristino e restauro dei
locali che la parrocchia ci ha dato in uso gratuito: la Casa della Reggenza,
l'antica sacrestia (il cui restauro è già quasi terminato), che diventeranno sede dell’Associazione e del nascente
"Museo del territorio luese".
Ma la
vera sfida per tutti noi sarà il recupero totale della
chiesa di San Giacomo e la sua riapertura al culto. Noi ci proponiamo,
attraverso la raccolta di fondi ed il lavoro volontario nostro e di chi ci
vorrà aiutare, di restaurare completamente al suo interno la chiesa di San
Giacomo. Il nome che ci siamo scelti è indicativo del nostro primo e più
importante obiettivo.
Siamo
disponibili ad elaborare progetti o piani di lavoro con chiunque, Comune o privati,
vorrà coinvolgerci o aiutarci: è nostro interesse occuparci di tutte le
situazioni che hanno bisogno di recupero.
Come si fa a non vedere situazioni come la bella casa dei Marchesi
Paleologi, in parte ormai crollata? E la chiesa della Trinità? E la chiesa
di san Biagio? Anche se ormai proprietà privata, questa resta
pur sempre la quarta chiesa di Lu per importanza,
dove fu priore il più giovane dei priori, il Beato don Filippo Rinaldi: se il
suo campanile resti in piedi o no, non è un problema esclusivo del suo
proprietario, ma di tutta la comunità luese.
Se un privato elimina un portone di noce del ‘700 e lo
sostituisce con uno di ferro, questo è un problema di tutto il paese, che perde
così un pezzo della sua storia. E lì la comunità deve
aiutare il privato, intanto facendogli capire che non è il caso di farlo, e se
lui non ce la fa da solo aiutarlo economicamente, affinché un pezzo di storia
del nostro paese resti in piedi.
Quello che vale per il paese, vale per tutto il comprensorio dei
paesi vicini: di qui nasce la necessità di creare sinergie con tutte le
istituzioni pubbliche che si occupano di questa materia e con tutte le
associazioni, sia di tipo ludico che culturali, presenti
sul comprensorio casalese. L'esperienza e la fatica
di uno può e deve diventare patrimonio di tutti ed è
per questo che abbiamo invitato personalità e rappresentanti di varie
associazioni. A questo proposito, io voglio chiedere a tutti se il Palazzo Paleologi sia un problema di Lu soltanto o piuttosto di tutto il Casalese,
proprio in ragione di ciò che esso ha rappresentato nella storia del
Marchesato.
Non tocca
a me approfondire questi argomenti: altri hanno più titolo e merito di me per
farlo. Vorrei solo sottolineare quelle che ritengo
essere questioni di merito e non solo mere questioni accademiche. Qui non facciamo accademia, qui parliamo di problemi concreti.
Durante
il convegno avrete modo di vedere e sentire quanti
progetti sono in via di elaborazione: vi verranno illustrate varie iniziative e
verrà data possibilità, a chi lo desideri, di fare proposte. Resta inteso che
il primo interlocutore dovrà essere il Municipio, cioè
l'istituzione più vicina al paese, che si occupa direttamente di molte delle
questioni sulle quali noi vogliamo porre la nostra attenzione e la nostra
voglia di fare. Credo che la collaborazione con tutti gli enti preposti sia l’unica
via percorribile per creare la possibilità di trasferire su altra collina non
abitata i ripetitori della Telecom, restituendo al gerbido ed alla Torre dignità e bellezza. Solo le montagne
non si muovono e oggi nemmeno più quelle. Lu è a
detta di tutti un bellissimo paese: possiede una delle
più belle balconate del Piemonte, attività commerciali, attività artigianali ed
un'ottima offerta eno-gastronomica: è in buona sostanza
un paese vivo e vitale. Noi lo abbiamo ricevuto in dono dai nostri avi e
abbiamo il dovere di trasmetterlo alle generazioni future con tutta la sua
eredità di storia, di tradizioni e di esperienza
umana. Voglio terminare la mia breve introduzione, e non vi paia blasfema la
citazione, dicendo che la messe è veramente tanta e abbiamo bisogno di molti
operai.
Grazie di aver risposto al nostro invito e Dio voglia che tante speranze possano diventare certezze.
Leo Rota