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Al païs d'Lü, n. 9 (2002), p. 4 |
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San Giuseppe. Storia di una cappella irregolare
Le
vicende secolari della più piccola fra le chiese luesi,
tra fasi di splendore e decadenza
Porta dì San Giacomo, Porta di Montaldo, Porta di Borgoricco (o
Porta Fredda): queste le aperture nella cinta muraria luese
che consentivano l'entrata e l'uscita di persone,
animali, veicoli alla fine del XV secolo; ubicate rispettivamente a nord-est, a
sud, a ovest del concentrico. Davanti a ciascuna di esse
sorgeva un rivellino, opera di fortificazione
staccata dalle mura e destinata a difendere le porte dai lanci diretti
dell'artiglieria nemica.
Nei
pressi, sugli airali extra-muranei
prossimi alle porte, la pietà dei luesi aveva eretto nei secoli
precedenti una manciata di chiesette o cappelle
votive, più volte distrutte
nel corso delle guerre ricorrenti, ma sempre riedificate. Due sorgevano
attigue alla Porta di San Giacomo, dedicate una a Sant'Antonio
da Padova, l'altra alle Sante Vergini; una vicino alla
Porta di Montalto, intitolata a San Rocco; due alla
Porta di Borgoricco, in onore di San Cristoforo e di
San Giuseppe. Sopravvissero ancora al tormentato sessantennio delle Guerre
d'Italia; poi, sullo scorcio del Cinquecento, una dopo l'altra soccombettero
alla rigida normativa imposta dal Concilio di Trento per gli edifici
ecclesiastici. Tutte, tranne la cappella di San Giuseppe, che rimase
abbarbicata alla sua Porta, sfidando in silenzio, anno dopo anno fino al
presente, l'incuria degli uomini e le traversie della storia; pronta a
rifiorire a ogni primavera.
Da cappella a laboratorio per i ciabattini
L'esistenza
della cappella di San Giuseppe risulta documentata la
prima volta nei testamenti luesi dell'estate 1524,
dettati in massima parte sotto l'incalzare della peste. Il
nobile Giovanni della Valle le lasciò come legato un fiorino; Valerio da Volpiano, due staia di frumento; altri testatari,
pochi soldi. E' interessante rilevare come fosse
in atto, proprio in quell'anno, il progetto di
trasformare la cappella in una chiesetta vera e propria; a questo fine
("in auxilium fabricandi
ecclesiam Sancti Josephi"), Andrea Forni fece un legato di 200 mattoni,
Lucia Pavaranza di 10 soldi.
Quasi
sicuramente tale progetto non venne realizzato, visto
che nel 1568 l'edificio continuava ad essere chiamato "cappella" e
versava, inoltre, in cattive condizioni, privo com'era di una porta e di una copertura
adeguata ("est tecto coperta sed male, et aperta"), tanto
da indurre il vescovo A. Aldegatti, che la
ispezionò personalmente due volte durante la sua visita pastorale, a
decretarne la demolizione.
C'è da
pensare che gli abitanti delle contrade di Borgoricco
e del Sabbione intervenissero allora prontamente per
scongiurare la iattura, accollandosi gli oneri delle riparazioni necessarie.
Sta di fatto che nel 1584 la cappella non solo sussisteva ancora, ma era
fornita altresì di una porta e di un tetto convenienti; per di più, veniva utilizzata
dai ciabattini del rione come luogo di ritrovo lavorativo. Ne
rimase scandalizzato, nel novembre di quell'anno,
il visitatore apostolico Carlo Montiglio, che si
premurò di ordinare: "La comunità habbi cura di farla tenere serrata et
ristorarla, non convenendo ch'in essa vi stiano sempre zavatini
a lavorare et far altre cose indecenti". Certo, per salvaguardarne il decoro, in conformità ai dettami del
Tridentino.
Da vera
irregolare, però, quella cappella di rione continuò a sgusciare
tra le maglie della storia paludata. Anche nel Seicento, quando la signora
Olimpia Robazza, per assicurare all'edificio una
certa continuità di culto e di manutenzione, legò (con testamento 2 ottobre
1630) la cospicua somma di 400 scudi alla
Confraternita del Rosario di Santa Maria Nuova,
perché provvedesse nell'avvenire a tutti i lavori di riparazione della
cappella e vi facesse celebrare 30 messe annue. Ma la Confraternita non
riuscì, morta la testatrice, a conseguire i 400 scudi del legato, né si
assunse di conseguenza gli oneri connessi, lasciando
così la cappella in balia di se stessa e del rione.
La rifioritura con i Domenicani di Casale
Per poco tempo; perché subentrarono i Domenicani del convento di
Casale. Presenti a Lu
fin dall'inizio del Cinquecento con una "casa-agenzia" attraverso cui
amministravano sul territorio i loro numerosi immobili, essi istituirono
(forse all'inizio del Seicento) una comunità religiosa nel caseggiato
soprastante alla cappella di San Giuseppe; e presero ad officiare regolarmente
la chiesetta, diventandone di fatto i proprietari.
L'edificio rifiorì, nonostante la soppressione subita poco tempo dopo dalla
piccola comunità (per effetto della riforma dei regolari promossa dal papa
Innocenze X); rifiorì perché i Domenicani di Casale ne mantennero il patronato
e ne curarono l'efficienza sino alla fine del Settecento.
Ecco come
si presentava l'edificio nel 1748: aveva la facciata rivolta a settentrione,
con un portichetto antistante; due finestre, l'una a oriente,
l'altra a occidente (schermate con carta papiracea), si aprivano nelle sue
pareti laterali; era privo di campanile, perciò le funzioni religiose venivano
segnalate da "un picciol campanello apposto alle
mura dell'antico convento soppresso" dei Domenicani. Molto sobrio
l'interno: un dipinto su tela (di soggetto ignoto) ornava l'altare laterizio;
quando non vi si celebrava, questo appariva spoglio d'ogni altro ornamento,
perché le sue suppellettili venivano custodite
nell'attigua casa dei Domenicani. Il pavimento era in cotto, il soffitto a
capriate.
Un declino inarrestabile
Tra Sette
e Ottocento, durante la crisi rivoluzionaria e napoleonica, la chiesetta non
incorse nel ciclone delle confische che polverizzò i
numerosi benefici ecclesiastici luesi; semplicemente,
perché non aveva reddito di sorta. Incalzati dai decreti di soppressione degli
ordini religiosi, i Domenicani si affrettarono a cederne la proprietà e il
patronato a un certo Giuseppe Capra. Il figlio di
questi, Pietro Giacomo, nel 1833 risultava unico
amministratore dell'edificio; ma era esentato dal presentare il rendiconto
annuale alla Curia casalese, "per essere la
detta
chiesa
senza redditi". E anche imbruttita e trascurata:
"Non vi si fa altra funzione che quella d'andarvi processionalmente i
confratelli della Ss. Trinità ad assistervi alla messa
che vi si celebra senza canto dal loro cappellano il giorno festivo di San
Giuseppe; e non vi si celebra altra festa". Un declino che sembrava
inarrestabile; aggravato dal crollo di due muri perimetrali, avvenuto nei
successivi anni Settanta.
Il salvataggio del
canonico Capra
Ma non era
tempo di cedimenti, quello, per i cattolici. Con la breccia di Porta Pia
cadeva, il 20 settembre 1870, l'ultimo lembo dello Stato della Chiesa. Pio IX si irrigidiva nel rifiuto intransigente dei fatti compiuti.
Dietro di lui, il cattolicesimo italiano; che, per spirito di protesta
antiliberale, si trincerò per qualche decennio in manifestazioni di devozione sempre più numerose e appariscenti. Riprese
vigore, tra l'altro, anche il culto di San Giuseppe, favorito dal magistero di
Pio IX (che proclamò il santo protettore della chiesa universale), poi di Leone
XIII.
Il
degrado della chiesetta luese era in penoso contrasto
con tale indirizzo. A rimediarvi, intervenne il canonico Pietro Capra. In via
preliminare egli avocò a sé il diritto di proprietà e di patronato che condivideva con i
suoi fratelli e nipoti; quindi chiese ed ottenne dalla Curia vescovile, nel
gennaio 1877, di poter procedere, a sue spese, all’esecuzione dei lavori
necessari per il restauro. Li fece avviare subito dopo, su progetto del
capomastro Giuseppe Amede. I lavori ebbero termine
nel luglio dello stesso anno e apportarono all'edificio
alcune importanti modifiche: lo ampliarono in lunghezza, con lo spazio
ottenuto dall'abbattimento del portichetto antistante; la facciata e l'ingresso,
di conseguenza, furono trasferiti sulla parete prospiciente la via pubblica;
addossato all'altra parete venne innalzato un piccolo campanile. Per le
funzioni religiose, inoltre, il canonico Capra fornì
una nuova dotazione di paramenti e di arredi sacri. La chiesa fu benedetta e
riaperta al pubblico il 3 agosto 1877, con grandi festeggiamenti e con
l'inaugurazione di una lapide commemorativa.
A quando una nuova primavera?
Il resto
è cronaca recente. La controversia nata subito dopo
la ristrutturazione, se la chiesa di San Giuseppe dovesse cadere sotto la
giurisdizione della parrocchia di San Giacomo (cui i Capra appartenevano) o di
Santa Maria Nuova (di cui Pietro Capra era canonico),
fu risolta a favore di quest'ultima.
Il suono
argentino della nuova campanella (ben noto agli abitanti del rione...)
annunciava le ricorrenze religiose, le messe estive dei preti del Sabbione, il
rosario serale e affollava di persone l'edificio. I lavori di restauro
compiuti nel 1976. Poi il silenzio e l'abbandono.
A quando
una nuova primavera?
Bruno Ferrero
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Fonti:
data l'impossibilità di indicare, nel breve spazio
di questa scheda, le fonti archivistiche utilizzate per la compilazione
della medesima, mi riprometto di farlo in qualche prossimo lavoro sull'argomento. |
![]() . La mappa illustra la cinta muraria e
le porte urbiche di Lu tra il
XV e il XVI secolo. 1 - La
porta di San Giacomo. 2a/2b - La porta di Montalto
con due ingressi distinti: Porta Ferraria e Porta Fragia. 3 - La
porta di Borgoricco (o Porta Fredda). 4
- Cappella di San Giuseppe. |