VII Convegno Decennale delle Vocazioni Luesi


Saluto ai partecipanti


 

Carissimi luesi, Autorità, confratelli e consorelle, amici, l’unico mio titolo per prendere la parola in questo momento (così penso abbiano ritenuto gli organizzatori che ringrazio) sta nel fatto che in occasione del primo convegno (era il settembre 1946) mi trovavo (coi pantaloni alla zuava) ad ammirare, un po’ stordito, l’avvenimento e da allora in poi sono stato quasi sempre presente, oramai monaco e sacerdote, ai successivi periodici incontri.

Molta acqua, nel frattempo, è passata sotto i ponti (fin troppa a volte nell’Alessandrino) ed io mi ritrovo a rappresentare, per esempio, l’ultimo rampollo di una ventina di monaci bianchi (“i fra’ biänc”) Benedettini di Monte Oliveto provenienti in successione fin dalla fine del 1800 dal nostro paese: hanno tutti raggiunto ormai il traguardo della Vita Eterna. Similmente, e in proporzione, è il quadro statistico dei membri degli altri Istituti religiosi tra i quali, ovviamente, ha sempre fatto la parte del leone l’Istituto dei figli e delle figlie di don Bosco.

Non vorrei, però, dare l’impressione di voler delineare il preludio di questo Convegno con tinte fosche da rimpatriata un po’ triste e un po’ nostalgica di veterani di guerra. Nonostante le apparenze (ma si tratta di un microcosmo che ben si rapporta al quadro generale della vita della Chiesa) il ritrovarci nella nostra terra è ricco di valori, di suggestioni, di apertura alla speranza. E vorrei condividere con voi qualche frammento dei pensieri e delle emozioni che mi porto dentro in questo senso.

Inutile nasconderci sotto una foglia di fico; siamo tutti un po’ angosciati, un po’ scoraggiati per il calo (a volte a picco!) delle vocazioni.

E questo emerge – paradossalmente – in maniera emblematica a Lu in ragione delle proporzioni precedenti: in percentuale, si diceva, un primato mondiale era il nostro.

Si possono fare – si fanno giustamente – mille letture del fenomeno. Letture che tutti noi conosciamo e sulle quali non intendo ovviamente soffermarmi.

C’è un fatto, però, che mi ispira una considerazione personale: a Lu sono sempre venuti tutti per scoprire le radici del fenomeno eccezionale e, diciamo la verità, mai nessuno ha scoperto nulla. Lu, lo sappiamo, era come Cuccaro, come Conzano, come Mirabello, ecc. Anzi, qualche maligno diceva che era peggio degli altri! Ma non era politicamente corretto concludere così, e allora si sottolineava il fatto che un gruppo di madri luesi si radunavano periodicamente a pregare per le vocazioni: cosa che, più o meno, si faceva in tutto il mondo cristiano da sempre. E allora?

Io ho imparato una grande lezione, non teorica, ma come presa di coscienza profonda, quella che ti afferra dentro e ti cambia. Ho toccato con mano la gratuità della Storia della Salvezza, che tutto è iniziativa gratuita dello Spirito che soffia dove vuole, che il Signore Risorto è il motore della storia, che la storia dell’uomo è radicalmente nelle mani di Dio nonostante il continuo tentativo dell’uomo autosufficiente che pensa di poter far a meno di Dio per salvarsi. Veramente, tutto è grazia come ci ricordava Bernanos in quel suo intramontabile romanzo! E allora subentra in me una grande serenità e non la psicosi del capolinea!

E ancora. Le ideologie, le strutture, le economie nascono e muoiono: nel nostro arco pur limitato di vita lo abbiamo verificato più volte. I valori dello spirito si possono momentaneamente eclissare ma non possono per loro natura esser vanificati per sempre. E penso non soltanto ai grandi personaggi della storia vocazionale luese. E’ facile essere tentati d’orgoglio ripensando a figure come il Beato Rinaldi, o il nunzio apostolico mons. Mario Cagna piuttosto che il noto patrologo Francesco Trisoglio o l’architetto don Angelo Verri, tanto per fare qualche nome. Ma migliaia di semi di profonda umanità, di fede autentica e, talvolta, di eroismo sono stati gettati nel solco della storia e, forse proprio per questo, riusciamo ancora a sperare, nonostante tutto.

E in questo pullulare di pensieri, di sentimenti e di emozioni, che il nostro incontrarci per il VII Convegno genera in me, trovo un riscontro immediato nelle vostre realizzazioni che vedo sorgere attorno a vari livelli: di restauri, di pubblicazioni ad un ottimo livello (ripenso al volume su mons. Cagna, ma anche i “Quaderni Luesi” giunti al numero sei non sono di meno).

Obiettivi realizzati con impegno e professionalità, con metodo, buon gusto e senso estetico. C’è un seme gettato nel solco di una tradizione che continua a dare i frutti. Mi verrebbe fatto di pensare, in questo momento, anche alla presenza, nelle vicinanze di Lu, di due monasteri benedettini medievali, filiazione della grande abbazia borgognona di Cluny, ossia S. Benedetto di Conzano e S. Vitale di Occimiano, come parte di radici che vengono da lontano, ma non voglio divagare e rischiare di portare troppa acqua al mulino di san Benedetto, anche se il nostro papa fa spesso appello alla tradizione monastica: a san Benedetto, a san Bernardo, ecc.

Volevo piuttosto avviarmi a conclusione rifacendomi all’invito del Concilio Vaticano II nel decreto “Perfectae charitatis” per un ritorno al carisma dei fondatori, come a dire un ritorno alle radici. Le radici invocate erano, ovviamente, quelle di carattere spirituale attinenti alla Grazia. Ma, come noi tutti sappiamo, un celebre aforisma latino afferma che GRATIA SUPPONIT NATURAM (la Grazia suppone la natura). Per cui questo nostro rituffarci periodico nella nostra terra di origine ci aiuta a riscoprire i tratti del nostro carattere, dei nostri valori, delle nostre tradizioni dentro i quali accoglieremo l’opera dello Spirito, lasceremo lavorare la Grazia. Se sapremo “ascoltare” la voce della terra e dell’uomo riscopriremo una infinità di valori di cui fare tesoro. Voglio, ora, veramente concludere con un esempio che mi ha segnato. Durante un incontro a Lu con i compagni di leva, alla fine del pranzo si è affacciato un uomo dai tratti del viso bruciati dal sole (uno dei nostri!), sereno in volto, nell’atteggiamento di chi vuol salutare. Era il papà di un nostro compagno da pochissimo morto schiacciato dal trattore. E sapete cosa ci ha detto: “Fieuij, la vita a l’è bela!”.

Mi ritorna, come allora (e ogni volta che ci ripenso) un nodo alla gola.

Un capolavoro di ricchezza umana e cristiana, della Fede vissuta e raccontata.


dom Valerio Cattana.

Abbazia di Seregno