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Bollettino storico-bibliografico
subalpino, anno XCIII (1995, 2° semestre), pp. 393-440 |
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San Giovanni di Mediliano: ricerche intorno a
una pieve rurale
I problemi e
le fonti
Nella
conca tra le colline di Lu e Conzano, in provincia di Alessandria,
una strada inghiaiata costeggia il torrente Grana in direzione di Mirabello e
conduce all'antica pieve di San Giovanni di Mediliano. L'edificio è soltanto
una piccola chiesa fra i campi, ma, benché profondamente segnato da numerosi
rimaneggiamenti e ristrutturazioni, presenta caratteristiche architettoniche
tali da giustificare gli importanti restauri eseguiti nel 1987 e 19881; in
particolare, le due absidi geminate scandite da arcate cieche, con tracce di
decorazione pittorica all'interno, risalgono sicuramente ad età altomedievale2.
Negli
anni 1990 e 1991, la cattedra di Archeologia Cristiana
dell'Università di Torino ha realizzato un'accurata ricognizione archeologica
del territorio circostante la pieve3; inoltre, a partire dal 1992 è in corso, all'interno
dell'edificio, uno scavo archeologico che ha rivelato la presenza di fasi
costruttive anteriori alle strutture attualmente esistenti. Nel corso dello
scavo sono state anche rinvenute delle sepolture
databili ai secoli XI-XII, una tomba di probabile VII secolo, e alcune tombe
«alla cappuccina» di IV-VI secolo, associabili ad un frammento epigrafico di
età tardoantica che testimonia la precoce cristianizzazione del sito4.
Naturalmente,
lo studio di una pieve medievale non si esaurisce nell’analisi delle strutture
murarie e dei dati di scavo, ma necessita di
un'attenta esegesi di tutta le fonti disponibili, condotta da specialisti nei
diversi settori; in quest’ottica di collaborazione interdisciplinare, S.
Giovanni di Mediliano è stato oggetto, negli anni, del lavoro «sul campo» di
archeologi, storici dell'arte, architetti, epigrafisti, geologi e storici,
«attraverso il confronto, l'aggiornamento, la correzione reciproca dei dati
via via acquisiti»5. Il presente articolo è una sintesi preliminare dell'analisi
condotta sulle fonti scritte, che tuttavia si avvale anche del contributo
teorico e pratico di tutti coloro che hanno, in varia
forma, partecipato allo scavo o allo studio e documentazione del materiale6.
Dal punto
di vista storico, lo scavo della pieve e lo studio del suo territorio
costituiscono una interessante occasione di indagine,
in particolare per quanto riguarda le dinamiche dell'insediamento e del
popolamento rurale, i tempi e i modi della cristianizzazione delle campagne,
le istituzioni ecclesiastiche, i processi di incastellamento e di controllo
signorile della zona; su questi argomenti esiste ormai una vastissima
bibliografia, che arricchisce e complica notevolmente il quadro problematico
di chi si accinge a studiare un distretto plebano7.
In
aggiunta ai temi di carattere generale, l'indagine sulla pieve di Mediliano
deve necessariamente affrontare alcuni nodi particolari, quali le origini e la
data di fondazione dell'ente, la presenza di un'area cimiteriale e di un
insediamento tardoantichi, l'ubicazione, a notevole distanza dall'abitato di
Lu, l'inserimento nell'area di affermazione signorile
della potente stirpe aleramica, la natura dei rapporti con i vescovi di
Vercelli8.
A tale
ricchezza di spunti preliminari non corrisponde, purtroppo, una possibilità
altrettanto ampia di approfondire l'indagine: il corpus documentario che
siamo stati in grado di raccogliere è infatti
particolarmente esiguo. In particolare, possediamo un sola
carta databile al X secolo, tre carte per il secolo XI, otto per il
XII, sette per il XIII, tre per il XIV e tre per il XV; è bene precisare che,
in questo gruppo di venticinque documenti, soltanto sedici si riferiscono in
qualche modo alla pieve, mentre i rimanenti riguardano genericamente il centro
o il territorio di Lu. Inoltre, le nostre fonti sono caratterizzate da una non
comune povertà di contenuti che, insieme alla dispersione cronologica, rende
necessario un lungo lavoro integrativo di ricerca e di analisi storica, nel
tentativo di colmare le numerose lacune.
Il
quadro, piuttosto desolante, è sufficiente a spiegare perché in questa sede sarò costretto a formulare molte ipotesi che rimarranno
tali, non potendo trovare conferme documentarie: spesso dovremo quindi accontentarci
della verosimiglianza delle nostre conclusioni, senza possedere la certezza
della loro veridicità.
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1 La pieve di San
Giovanni di Mediliano a Lu. Dalla ricerca delle origini al recupero ed alla
valorizzazione (Atti del convegno, Lu, 26 ottobre 1990), Lu 1994. |
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2 Un'accurata
descrizione in P. demeglio, Linee
metodologiche e primi risultati della ricerca sulla Pieve di San Giovanni di
Mediliano in Lu (Al), in « Monferrato. Arte e Storia », 6 (ottobre
1994), pp. 23-34. |
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3 P. demeglio, Ricognizioni
archeologiche nell'area della pieve di S. Giovanni (1990-1991), in La
pieve di San Giovanni cit., pp. 53-64. |
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4 Gli scavi sono
diretti dal Dott. Paolo Demeglio e coordinati dalla Prof.ssa Gisella Cantino
Wataghin. Per le notizie preliminari e la datazione delle strutture vedi P. demeglio, Lu.
La pieve di S. Giovanni di Mediliano ed il territorio circostante, in
«Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte», 12 (1994),
Notiziario, pp. 271-272; ID., Linee metodologiche
cit.; ID., Lu. La pieve di S. Giovanni di Mediliano ed il territorio
circostante, in «Quaderni della Soprintendenza Archeologica del
Piemonte», 13 (1995), Notiziario. |
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5 demeglio, Linee metodologiche cit., p. 25. |
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6 Ringrazio, per aver
letto e discusso il dattiloscritto, o per i preziosi consigli, la Prof.ssa
Gisella Cantino Wataghin, il Prof. Giuseppe Sergi, il Prof. Aldo A. Settia,
il Prof. Gian Giacomo Fissore, il Dott. Paolo Demeglio, il Dott. Luigi
Provero, Davide Casagrande e Raffaella Tione |
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7 Dopo lo studio di G. forchielli, La
pieve rurale. Ricerche sulla costituzione della Chiesa in Italia e
particolarmente nel veronese, Roma 1931, sono fondamentali i lavori di C.
violante, Le strutture
organizzative della cura d'anime nelle campagne dell'Italia centro-settentrionale (secoli V-X) e Pievi e
parrocchie nell’ltalia centro-settentrionale durante i secoli XI e XII, in
ID., Ricerche sulle istituzioni ecclesiastiche dell'Italia
centro-settentrionale nel Medioevo, Palermo 1986, pp. 105-447. Vedi
inoltre G.C. andenna, Le
pievi della diocesi di Novara. Lineamenti metodologici e primi risultati di
ricerca, in Le istituzioni ecclesiastiche della «societas
christiana» dei secoli XI e XII: diocesi, pievi e parrocchie (Atti della
VI Settimana Internazionale di Studio, Milano,
1974), Milano 1977, pp. 487-516; A. castagnetti,
L'organizzazione del territorio rurale nel medioevo. Circoscrizioni
ecclesiastiche e civili nella «Langobardia» e nella «Romania»,
Torino 1979; G.P. brogiolo, S. lusuardi
siena, Lettura archeologica di un territorio pievano:
l'esempio gardesano e l'esempio lunigianese, in «XXVIII Settimana
del Centro Italiano di Studi sull'Alto Medio Evo (CISAM)», Spoleto 1982, pp.
281-333; A.A. settia, Pievi
e cappelle nella dinamica del popolamento rurale, in
«XXVIII Settimana del CISAM» cit., pp. 445-489. |
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8 Una puntualissima
rassegna dei problemi storici e archeologici legati alla pieve di Mediliano
si trova in G. cantino wataghin, San
Giovanni di Mediliano: l'archeologia per la storia e la conservazione di una
pieve e del suo territorio, in La pieve di San Giovanni cit., pp. 35-51. |
San Giovanni
nell'organizzazione plebana della diocesi di Vercelli
Della
pieve di San Giovanni non esistono documenti di fondazione o notizie di altro tipo che ci possano illuminare al riguardo; l'unico
dato certo è che l'edificio sorse in un luogo di antico insediamento umano,
con una probabile continuità almeno a partire dall'età del Bronzo9.
La viva
tradizione locale, che riferisce l'esistenza di una villa Metiliani lungo
le rive del torrente Grana, poco a sud di S. Giovanni10, ha
indotto a considerare la pieve come ultima erede e testimonianza di un vicus
romano, inserito in un antico pagus Metilianus11. La presenza di popolazione romana a Mediliano è confermata dal ritrovamento di
alcune tombe12 e da numerosi altri indizi di natura archeologica13, che
però non ci permettono di stabilire con certezza se l'abitato consistesse
unicamente in alcune villae sparse oppure nella zona vi fosse anche un
villaggio.
Va
inoltre ricordata un'altra tradizione popolare, secondo la quale, in età
pagana, si adorava in Mediliano un gallo d'oro, cosicché «da creduli contadini
si è più di una fiata tentato di scoprire questo non
più veduto gallo di tanto valore»14. È noto che le tradizioni riguardanti idoli e statue, di
pietra o d'oro, così come pignatte d'oro o piene d'oro, largamente diffuse in
tutta l'Europa, tramandano il ricordo di ritrovamenti di tesoretti di monete o
di statuette; al di là del singolo evento, la notizia
indica spesso la presenza di un sito di interesse archeologico.
Monsignor
Giuseppe Ferraris si dice certo che la pieve di San Giovanni risalga all'età
post-eusebiana, in particolare alla seconda metà del V secolo15.
La distruzione del pagus Metilianus dovrebbe essere contemporanea alla
distruzione della città di Industria, che sarebbe avvenuta durante
le invasioni barbariche del V secolo16; la pieve di Industria sarebbe poi «risorta di lì a non molto, ma sotto il titolo di San Giovanni Battista come la
chiesa di Torino e varie altre del medesimo periodo, dopo che pervennero in
Italia reliquie vere o presunte del Precursore»17. Tale sarebbe quindi anche l'origine
della pieve di Mediliano. Altrove Ferraris data la fondazione
della pieve di Mediliano, «per probabile filiazione della pieve di Industria», tra il secolo VI e il secolo VIII18.
Le
notizie forniteci da Ferraris si inscrivono in un
quadro di «generale attribuzione ad età paleocristiana della rete plebana
vercellese, che allo stato attuale delle ricerche suscita molte riserve»19,
poiché tra IV e VI secolo le comunità cristiane sembrano essere ancora un
fenomeno essenzialmente urbano20; inoltre, come vedremo, la stessa data di distruzione di Industria
e di riedificazione della sua pieve sono ampiamente incerte.
In
assenza di sicure attestazioni documentarie relative alle origini della pieve,
non ci rimane dunque che esaminare le scarne fonti
posteriori a disposizione.
Il primo
documento in cui viene citata la chiesa di San
Giovanni è un elenco delle pievi della diocesi di Vercelli, databile alla metà
del X secolo, conservato presso la Biblioteca Vaticana21.
Analizzando
la lista, Ferraris nota che l'estensore ha seguito un ordine
geografico, suddividendo le 36 pievi in cinque gruppi ineguali22. Si
tratta, mi pare, di una suddivisione che, pur rispettando il criterio di collocazione geografica tipico dei documenti medievali,
indica una sorta di distrettuazione interna alla diocesi: senza instaurare
classifiche di preminenza tra le pievi, riunisce quelle che avevano tra loro
rapporti particolari, per semplice contiguità o per altri motivi a noi
sconosciuti.
Mediliano
è associata alle pievi di S. Evasio di Casale, di Monasco (plebs Martiri), presso
Valenza, di Rosignano, di S. Cassiano di Cereseto e, stranamente, alle pievi di
Robbio e Cozzo, poste sulla riva sinistra del Po. Un secondo gruppo di pievi ultra
Padum comprende Castello Turris, presso
Villadeati, Montiglio, Pino d'Asti, Industria e Moncalvo. È
interessante notare come le pievi di Cornale, presso Camino, e di S. Michele di
Meda (sulla riva sinistra del torrente Stura, tra Mombello e Solonghello) siano
comprese nel gruppo delle pievi della pianura vercellese sulla sinistra del Po.
Sarà a
questo punto interessante analizzare altri elenchi delle pievi vercellesi.
La
seconda lista a nostra disposizione è contenuta in un codice della
Biblioteca Capitolare di Vercelli23, la terza ancora nel Codice
Vaticano 432224. Il documento vercellese pone qualche problema di
datazione: Ferraris lo colloca alla fine del secolo XI o all'inizio del XII25,
mentre il Gabotto data la ripartizione dei beni
capitolari, in cui la lista è contenuta, al 1180 circa, ma ammette che la lista
stessa è scritta da una seconda mano, la cui scrittura pare più antica26. La
lista del codice vaticano è di poco posteriore a quella vercellese e le è
sostanzialmente uguale, probabilmente derivata da un comune archetipo, ma
porta qualche variante di aggiornamento.
Preferisco
la datazione proposta da Ferraris, sia perché basata su una più attenta analisi
del documento, sia perché la quarta lista disponibile, un privilegio di papa
Urbano III datato 1 giugno 118627, presenta notevoli differenze rispetto alla seconda e alla
terza: tali varianti dell'organizzazione plebana si sarebbero
difficilmente potute verificare nell'arco di soli sei anni28.
Nella
seconda e terza delle nostre liste plebane, l'ordine geografico risulta
alterato, limitatamente alle prime sette località29, certamente perché presso queste pievi
era stata istituita una canonica30.
Il
privilegio di Urbano III reintroduce invece il
criterio di collocazione geografica, ma tiene conto della preminenza canonicale, ponendo le canoniche all'inizio del gruppo di pievi di cui fanno
parte; ne risulta un ordine simile a quella della prima lista, ma con notevoli
varianti.
In
particolare, per quanto è di nostro interesse, le pievi collinari sulla destra
del Po sono riunite in un solo gruppo, capeggiato dalla canonica di S. Evasio
di Casale, in cui sono reinserite Cornale e Meda, ma da cui sono escluse Robbio
e Cozzo. Si tratta di una nuova distrettuazione interna alla diocesi, più
razionale, che colloca le singole pievi sotto l'autorità, morale se non
canonica, dell'ente che, nella loro area, aveva acquisito maggior prestigio.
Questa sorta di distrettuazione informale è confermata dalle
successive liste di pievi, che isolano sempre nettamente le istituzioni
religiose poste sulla riva destra del Po31.
La
seconda e la terza lista recano il tributo, espresso in maiali, dovuto dalle
pievi al vescovo di Vercelli; nel codice vercellese le cifre furono raschiate,
ma in alcuni casi sono ancora leggibili e corrispondono a quelle del codice
vaticano.
Il numero
dei maiali corrispondeva certo alla potenzialità economica delle singole pievi.
Ferraris individua due criteri di differenziazione del tributo: l'estensione
territoriale della giurisdizione plebana e l'antichità della
fondazione32.
Benché sia difficile comprendere quando l'uno dei due criteri
prevalga sull'altro, essi mi sembrano strettamente correlati, poiché una pieve
più antica aveva in genere una giurisdizione più ampia, in seguito ceduta, in
parte, alle nuove fondazioni; inoltre, la pieve più antica aveva avuto più
possibilità di incrementare il proprio patrimonio, grazie a un maggior prestigio
e quindi ad un più alto numero di lasciti e donazioni.
Tale
interpretazione è confermata dal fatto che, tra le canoniche, le quali pagavano
un tributo molto superiore alle semplici pievi, quella di Biandrate, fondata
nell'ultimo decennio del secolo XI33, doveva al vescovo cinque maiali,
contro i dodici di S. Evasio che forse era già tale all'inizio del secolo VIII34. Tra
le pievi, è evidente il caso di Gabiano, di recente fondazione perché aggiunta
nella terza lista, la quale doveva pagare un solo maiale, contro
i sei maiali dell'antica pieve di Industria; anche la pieve di S. Stefano di
Lenta, che recenti scavi datano al V-VI secolo, doveva al vescovo ben cinque
maiali35. È comunque chiaro che, se è
teoricamente possibile, ma poco probabile, avere una pieve antica con un
patrimonio esiguo ed il tributo di un solo maiale, è invece impossibile avere
una pieve di recente fondazione con un tributo di quattro o cinque maiali.
In questo
modo non riusciamo certo ad avere una sicura datazione delle pievi, ma possiamo
ricostruire una cronologia relativa, certo da verificare caso per caso, ma
piuttosto attendibile; tra le fondazioni a destra del Po, la pieve di S.
Giovanni di Mediliano, con i suoi quattro maiali di tributo, si trovava ad un livello intermedio, subito dopo Industria e Castellum
Turris. Purtroppo, la differenza di stato giuridico non permette il confronto
con la canonica di S. Evasio di Casale.
La
validità della nostra analisi delle liste plebane, non essendo sicuramente
provata, potrà trovare conferme soltanto in notizie storiche di diversa
provenienza. Se si vuole risalire al periodo in cui fu presumibilmente fondata
la pieve di Mediliano, sarà dunque necessario riconsiderare i suoi rapporti con
il territorio ed il distretto ecclesiastico in cui era
inserita, e si dovrà quindi ampliare la nostra conoscenza delle altre
pievi dell'area collinare monferrina; in particolare, sono interessanti le
pievi in apparenza più antiche, come Industria, Castellum Turris e S.
Evasio, poiché furono probabilmente i centri da cui partì la cristianizzazione
di questa zona.
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9 Op. cit., pp. 44 sg.; M. venturino gambari, Lu Monferrato (AL).
Rinvenimento di ceramica campaniforme, in «Quaderni della Soprintendenza
Archeologica del Piemonte», 5 (1986),
Notiziario, pp. 181-182. |
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10 F. trisoglio, Dalla «Villa
Metiliani» al Comune di Lu, in
La pieve di San Giovanni cit., pp. 19-33. |
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11 A. di ricaldone, Appunti
toponomastici sul territorio di Lu, Lu 1982, pp. 21 sgg. Nessun accenno
in A.A. settia, Strade
romane e antiche pievi fra Tanaro e Po, in «Bollettino storico-bibliografico subalpino», LXVIII (1970), pp. 5-108, né nella
riedizione in A.A. settia, Chiese,
strade e fortezze nell’Italia medievale, Roma 1991 (dove però è citata la pieve di Mediliano); Settia accenna invece ad un vicus
Iadatinus, corrispondente all'attuale Occimiano, e alla pieve di S. Maria
in Pié, la quale però sembrerebbe di fondazione molto posteriore a quella di Mediliano: op. cit., pp. 178 sg. e nota 647, p. 264. La continuità tra pagus romano e pieve
altomedievale è stata in passato variamente
sostenuta, ma con scarsi fondamenti scientifici, almeno per quanto riguarda
il Piemonte: vedi B. baudi di vesme, L'origine
romana del comitato longobardo e franco, in «Bollettino
Storico-Bibliografico Subalpino», VIII (1903), pp. 321-375; F. gabotto, I municipi romani
dell'Italia occidentale alla morte di Teodosio il Grande, in Studi
sulla storia del Piemonte avanti il Mille, Pinerolo 1907 (Biblioteca
della Società Storica Subalpina, XXXII-XXXIII); G. mengozzi, La città italiana nell'Alto
Medioevo. Il periodo longobardo-franco, Firenze 1931. |
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12 Tombe di probabile
età romana sono state rinvenute sia sotto alla pieve
(vedi sopra), sia nel territorio circostante; vedi demeglio, Linee metodologiche cit., p. 24, n. 7. |
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13 di ricaldone, Appunti cit., pp. 2 sg.; T.L. belgrano, Rendiconto dei lavori fatti
dalla Società Ligure di Storia Patria negli anni accademici
MDCCCLXV-MDCCCLXVI, in «Atti della Società Ligure di
Storia Patria», IV (1866), pp. LXXXVI sg.; M. antico gallina, Repertorio dei ritrovamenti
archeologici della provincia di Alessandria, in «Rivista di Studi
Liguri», LII (1986), pp. 136 sg.; demeglio,
Ricognizioni archeologiche cit.; id., Lu. La pieve di S.
Giovanni cit., in «Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte»,
13 (1995), Notiziario. |
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14 G. de conti, Castelli ed abadie del
circondario di Casale, art. 6, ms. sec. XIX, proprietà Angelino, Casale
Monferrato. |
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15 G. ferraris, Le chiese stazionali delle
rogazioni minori a Vercelli dal secolo X al secolo XIV in «Bollettino
Storico Vercellese», 47 (1972). |
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16 Già de conti, Castelli cit., al principio del secolo scorso, riferisce la notizia
della distruzione di Mediliano da parte di Goti e Vandali. |
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17 G. ferraris, La pieve di Santa Maria di
Biandrate, Vercelli 1984, p. 449, n. 382. |
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18 Op. cit., p. 117. |
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19 cantino wataghin, San Giovanni di
Mediliano cit., p. 43. |
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20 F. bolgiani, La penetrazione del
cristianesimo in Piemonte, in Atti del V Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Torino, 1979), Roma 1982,
pp. 37-61; ch. pietri,
Note sur la christianisation de la «Ligurie» (Atti del Convegno
«Studi lunensi e prospettive sull'Occidente romano»,
Lerici, 1985), in «Quaderni di Studi lunensi», 10-12 (1985-87), pp.
351-380. |
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21 Codice Vaticano Latino 4322,
f. 34 verso. |
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22 ferraris, La pieve cit., pp. 55 sgg. |
|
23 Biblioteca Capitolare di Vercelli, codice
XV, f. 264. |
|
24 Codice Vaticano Latino 4322,
f. 108 recto. |
|
25 ferraris, La pieve cit.,
pp. 55 sgg. |
|
26 Le carte dell'Archivio Capitolare di Vercelli, a cura di D. arnoldi, F. gabotto, II, Pinerolo 1914 (Biblioteca della Società
Storica Subalpina, 71), doc. 388, pp. 85-88. |
|
27 G.C. faccio, M. ranno, / Biscioni, 1/2, Torino 1939 (Biblioteca
della Società Storica Subalpina, 146), doc. 231, pp. 84-87. |
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28 In particolare, la
pieve di Rado, presente nella seconda lista, nella terza è già stata sostituita
da quella di Gattinara; le pievi di Gabiano e Confienza, aggiunte
posteriormente alla terza lista, sono presenti nella quarta; la pieve di
Massazza, assente nella prima, presente nella seconda e terza, nella quarta
lista è sostituita dalla pieve di Puliaco; inoltre, nella quarta lista è
assente la pieve di Lenta (che non è scomparsa, poiché ricompare in documenti
successivi) e le pievi di Clevolo e Cigliano sono sostituite dalla pieve di
Moncrivello. |
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29 S. Evasio di Casale,
Biella, Santhià, Balzola, Robbio, Cozzo, Biandrate. |
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30 Il fatto che la prima
lista del codice Vaticano non tenga conto della differenza tra pievi e
canoniche, non significa che nel X secolo non vi
fossero canoniche: infatti, come vedremo, almeno nel caso di S. Evasio di
Casale, risulta una familia di
chierici già nel secolo VIII. |
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31 Cfr. sopra, n. 27. |
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32 ferraris, La pieve cit., p. 58. |
|
33 L. cit. |
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34 Vedi A.A. settia, Monferrato. Strutture di
un territorio medievale, Torino 1983, pp. 239 sg. |
|
35 E. gareri caniati, La pieve di S.
Stefano di Lenta: nota preliminare sui risultati dello scavo, in Arte
e storia di Lenta (Atti del Convegno di Studi, 1981), Vercelli 1986, pp.
229-242. |
La prima cristianizzazione
del basso Monferrato
Fra le
pievi comprese negli elenchi, quella di S. Giovanni Battista di
Industria, presso Monteu da Po, pare la più antica.
S.
Eusebio, primo vescovo di Vercelli, citò anche gli abitanti di
Industria in una sua lettera ai cristiani piemontesi scritta
dall'esilio di Scitopoli (Palestina), durato dal 355 al 36136; lo
scritto indicherebbe che nella città esisteva allora una comunità cristiana e,
probabilmente, anche un edificio di culto. Purtroppo le indicazioni contenute neìì'incipit della lettera
sono controverse: infatti una differente versione del
testo ricorda solo le comunità di Vercelli, Novara e Ivrea, escludendo
Industria, Aosta e Agamine ad Palatium (Crescentino)37.
L'antico
municipio romano di Industria non era allora in
condizioni molto floride, poiché alla fine del IV secolo era già cominciata «la
rovina di parecchie città dell'Italia Occidentale»38. L'opinione del Gabotto andrebbe in
realtà sfumata e confrontata, caso per caso, con i più
recenti dati di scavo; è comunque certo che «nelle provincie di Liguria ed
Emilia si registrarono più numerosi i casi di fallimento degli
insediamenti urbani imputabili, come generalmente si ritiene, all'inferiore
potenzialità difensiva e ad una diffusa debolezza economica»39. In
molti casi la decadenza delle strutture amministrative ed insediative risale addirittura al II o III secolo40. Per
quanto riguarda in particolare l'area a sud del Po, a Casale, probabile sede
dell'antica Vardacate41, non si sono trovate monete posteriori a
Costantino il Grande42, mentre ad Industria i coni più recenti risalgono a Teodosio43.
In
passato, la tradizione storiografica ha naturalmente attribuito la completa
distruzione della città alle invasioni barbariche del V secolo44. Gli
scavi45 hanno però escluso un completo abbandono di
Industria: nell'area intorno all'Iseo sono state rilevate tracce di
incendio e distruzione, ma ciò non implica necessariamente che il fenomeno
abbia interessato tutto l'impianto urbano46. La città subì una notevole contrazione
tra IV e V secolo, tuttavia l'area romana abbandonata venne
riutilizzata, in parte per costruirvi semplici abitazioni, in parte con
funzione cimiteriale47; la persistenza di questo modesto nucleo abitativo agevolò
certo anche la conservazione del toponimo.
Nei
pressi dell'antica zona sacra dell'Iseo venne
edificata anche la pieve di S. Giovanni; è alquanto difficile datare questa
fondazione, poiché le strutture superstiti sono di età altomedievale, costruite
con materiali tratti dai ruderi romani48, e probabilmente non conservano tracce
del primo edificio plebano.
Presso la
pieve, durante gli scavi compiuti dall'Università di Torino nel 1960, venne alla luce anche una tomba «alla cappuccina» con
copertura in mattoni, simile a quella rinvenuta sotto l'abside settentrionale
di Mediliano49, senza corredo, ma con l'inumato ben conservato50. La
tomba, interamente costruita con laterizi romani di recupero, è databile
genericamente ad età tardoantica o altomedievale, ma non consente di definire
la funzione dell'edificio di culto che verosimilmente già esisteva, né
tantomeno il momento in cui questo venne fondato.
Durante
il medioevo l'abitato si spostò gradualmente sul colle
vicino, dando origine all'attuale villaggio di Monteu da Po. La pieve rimase
però sul vecchio sito; soltanto nel 1349 la parrocchia di Industria
fu soppressa ed unita a quella di Monteu, conservando tuttavia l'intitolazione
a S. Giovanni Battista51.
L'insieme
di questi dati, complessivamente incerto e frammentario, sembra tuttavia
confermare che la pieve di S. Giovanni di Industria
era la più antica della regione, ricostruita nei primi secoli del medioevo
laddove era rimasta una piccola comunità cristiana, nell'unica città che
presenta continuità insediativa, quindi economica e culturale, rispetto
all'età romana.
Nelle
nostre liste plebane troviamo, con un tributo di cinque maiali, quindi di
fondazione apparentemente posteriore ad Industria, la pieve di S. Lorenzo di Castellum
Turris.
Castrum
o Castellum Turris sorgeva
sul massiccio collinare del Bric S. Lorenzo, fra Villadeati e Cardona;
all'argomento Settia ha dedicato un documentatissimo saggio, dal quale trarrò
gran parte delle mie notizie52.
Il
castello costituiva il fulcro di un sistema fortificato e fu per lungo tempo il
centro amministrativo di un distretto pubblico minore, denominato nei
documenti ludiciaria Torrensis o Torresana; le indagini di Settia
hanno stabilito che il territorio della Torresana si estendeva dalla collina
chierese fino a Valenza, a nord fino al Po, comprendendo Industria e Casale
Monferrato, a sud fino alle località di Chieri, Primeglio, Piovà Massaia,
Alfiano, Grazzano e Mediliano53. La ludiciaria Torrensis venne probabilmente
costituita nel VI secolo, in seguito alle necessità militari del
conflitto gotico-bizantino54.
Non ci è dato sapere con certezza fino a quando il distretto
svolse le sue funzioni amministrative, ma le ultime attestazioni dei «fines
Torrenses», negli anni 902 e 909, coincidono con la costituzione della grande
marca d'Ivrea sotto l'autorità dell'anscarico Adalberto55, ed è
quindi probabile che proprio allora la Torresana abbia perduto la propria
autonomia territoriale. Allorché, intorno alla metà del
X secolo, la vasta circoscrizione eporediese fu smembrata in quattro nuove
marche56, i «fines Torrenses» erano ormai definitivamente scomparsi.
Cominciò allora la lenta decadenza del castrum, tornato alle sue originarie funzioni militari, mentre
la iudiciaria divenne un grande serbatoio di
beni fiscali, di cui beneficiarono vassalli imperiali, conti (fra i quali
Aleramo, il capostipite dei marchesi di Monferrato) e vescovi dei centri
vicini.
Il
semplice centro fortificato di Castrum Turris fu quindi, nel periodo tra
i secoli VI e IX, un centro amministrativo ed economico di qualche rilievo,
luogo ideale, in quanto capoluogo del distretto, e
forse unico in cui stabilire la seconda delle pievi monferrine. Possiamo dunque
supporre, senza paura di allontanarci troppo dal vero, che la pieve di S.
Lorenzo sia stata fondata, forse da chierici
provenienti da Industria, fra i secoli VI e VIII.
San
Giovanni di Mediliano, a causa del suo tributo di quattro maiali segnato sulle
liste plebane, dovrebbe essere posteriore, ma non di molto, alla pieve di Castrum
Turris; questa
constatazione e il fatto che l'ente sia già ricordato nella più antica lista
vaticana, ci permetterebbero di collocare, con le
dovute cautele, la fondazione della pieve fra il secolo VII e l'inizio del secolo
X.
Tracce, dubbi, ipotesi, ma nulla che ci illumini in
modo risolutivo: bisogna dunque cercare altri indizi, che confermino, in
qualche modo, la cronologia approssimativa stabilita dalle liste plebane e
dagli altri dati reperiti nel corso dell'indagine storica.
|
36 Vedi C.F. capello, Piccola storia della
romana città d'Industria, Chieri 1960, p. 23. |
|
37 Sul problema vedi F. savio, Gli antichi vescovi
d'Italia dalle origini al 1300,1, // Piemonte, Torino 1898, p. 3
e bolgiani, La penetrazione
del cristianesimo cit., pp. 41-46. |
|
38 E gabotto, Storia dell'Italia
Occidentale nel medioevo, Torino 1911 (Biblioteca della Società Storica
Subalpina), I, p. 145. |
|
39 S. giorcelli bersani, Alla periferia
dell'impero. Autonomie cittadine nel Piemonte sud-orientale romano, Torino
1994, pp. 206 sg. |
|
40 C. la rocca, «Fuit civitas prisco in
tempore». Trasformazione
dei «municipia» abbandonati dell'Italia
occidentale nel secolo XI, in La
contessa Adelaide e la società del secolo XI (Atti
del convegno di Susa. 14-16 novembre 1991), Susa
1992, pp. 103-140; id., «Castrum vel potius civitas». Modelli di
declino urbano in Italia settentrionale durante l'alto medioevo, in La
Storia dell'Alto Medioevo italiano (VI-X secolo) alla luce dell'archeologia (Convegno
Internazionale, Siena, 2-6 dicembre 1992), Firenze 1994, pp. 545-554; giorcelli bersani, Alla periferia cit., pp. 202 sgg. |
|
41 Vedi settia, Monferrato
cit., pp. 104 sgg. |
|
42 A. coppo, Vestigia Romane a Casale e nel Monferrato, in «La provincia di Alessandria»,
VII (1960), n. 5, pp. 20-21. |
|
43 capello, Piccola storia cit., p. 23. |
|
44 capello, Piccola storia cit., p. 23; ferraris,
La pieve cit., p. 449. |
|
45 M. barra
bagnasco, L. bonaca boccaccio, A.
gallinaro bobbio, L. manino, Scavi nell'area
dell'antica Industria, in «Memorie dell'Accademia delle Scienze di Torino»,
classe di scienze morali, storiche e filologiche, serie 4a, 13
(1967); E. zanda, Industria. Nota preliminare
sulle campagne di scavo 1982-1986, in La
città nell'Italia settentrionale in età romana. Morfologia,
strutture e funzionamento dei centri urbani delle regiones X e XI (Atti del convegno, Trieste, 13-15 marzo 1987),
Trieste-Roma 1990, pp. 563-578. Vedi anche i rapporti
preliminari di scavo a cura di E. zanda in «Quaderni della
Soprintendenza Archeologica del Piemonte», II (1983), p. 181; IV (1985), pp.
57-60; VII (1988), pp. 98-103; Vili (1989), pp. 229-230; X (1991), pp.
193-198; XI (1993), pp. 29-63. |
|
46 G. cantino wataghin, L'edilizia
abitativa tardoantica e altomedievale nell'Italia nord-occidentale. Status
quaestionis, in Edilizia residenziale tra V e VIII secolo, a cura
di G.P. brogiolo (4° Seminario
sul Tardoantico e l’Altomedioevo in Italia centrosettentrionale, Monte Barro
- Galbiate, 2-4 settembre 1993), Mantova 1994, pp. 89-102. |
|
47 barra bagnasco, bonaca boccaccio, gallinaro
bobbio, manino, Scavi cit., pp. 38-39.
Vedi anche G. schmiedt, Città scomparse e città di nuova
formazione in Italia in relazione al sistema di comunicazione, in Topografia
urbana e vita cittadina nell'alto Medioevo in Occidente, Spoleto 1974
(Settimane di studio del CISAM, 21), pp. 503-551; L. mercando, Testimonianze tardoanticbe nell'odierno
Piemonte, in Felix temporis reparatio, a cura di G. sena, E.A. arslan (Atti del Convegno archeologico Internazionale di
Milano capitale dell’impero, Milano, 8-11 marzo 1990), Milano 1992, pp.
234-253. |
|
48 capello, Piccola storia cit., p. 23. |
|
49 Cfr. demeglio, Lu. La pieve di S. Giovanni cit.,
in «Quaderni della Soprintendenza Archeologioca del Piemonte», 12 (1994), p.
271. |
|
50 capello, Piccola storia cit., p. 43. La tomba è stata ricostruita in un locale del Comune
di Monteu da Po. |
|
51 A. fabretti,
Dell'antica città d'Industria detta prima Bodincomago e de' suoi
monumenti, Torino 1881; Monteu da Po in G. vigliano, Il
chivassese, Chivasso 1969. |
|
52 A.A. settia, «ludiciaria Torrensis» e
Monferrato. Un problema di distrettuazione nell'Italia occidentale, in
«Studi medievali», 3a serie, XV (1974), pp. 967-1018. Ripubblicato
in settia, Monferrato cit., pp. 11-53. |
|
53 Vedi la cartina in settia, Monferrato cit., p. 53. |
|
54 settia, op. cit.,
pp. 48 sg., sostiene che non si trattò di un semplice spostamento degli
antichi centri amministrativi, ma di una ristrutturazione territoriale più
radicale, suggerita da particolari necessità. |
|
55 Vedi G. sergi, / confini del potere. Marche e signorie
fra due regni medievali, Torino 1995, cap. IV; A.A. settia, 'Nuove marche’
nell'Italia occidentale, necessità difensive e distrettuazione pubblica fra
IX e X secolo: una rilettura, in La contessa Adelaide cit., pp.
43-60. La nuova marca comprendeva probabilmente i comitati di Novara,
Vercelli, Asti e Torino. |
|
56 La marca arduinica di Torino, la marca anscarica di Ivrea, la marca aleramica di Monferrato e la marca
obertenga della Liguria occidentale. Vedi sergi,
/ confini del potere cit., capp. III,
VI, VII; settia, 'Nuove marche' cit. |
Evasio e
Valerio: due «martiri» di età longobarda?
La
preziosissima lista vaticana del X secolo distingue in
due gruppi le pievi a destra del Po: quella di Castellum Turris è
associata alla pieve di Industria, mentre quella di Mediliano si trova nel
gruppo di S. Evasio di Casale. Tale separazione suggerisce l'esistenza di due
aree territoriali ben distinte, probabilmente controllate dalle pievi che in
origine ne avevano promosso la cristianizzazione;
soltanto in seguito il notevole sviluppo del borgo di Casale e la sua
trasformazione in castrum determinarono la prevalenza della canonica di
S. Evasio e l'inclusione della pieve di Industria nel suo distretto. Sarà
dunque in ambiente casalese e intorno alla pieve di S. Evasio che dovremo continuare la nostra ricerca e che potremo forse
raccogliere qualche notizia interessante.
L'attuale
centro di Casale Monferrato sorge sull'area del municipio romano di Vardacate57. Sulle sorti della città romana non
esistono dati certi: raro è il materiale ritrovato, mentre gli scavi compiuti
in passato difettano largamente sia in metodo, sia in documentazione; tuttavia,
i reperti funerari rinvenuti nei pressi di S. Evasio58 non
vanno oltre il II secolo e sembrerebbero dimostrare,
rispetto ad Industria, una decadenza precoce59.
Che la
fase di abbandono sia stata più radicale e prolungata,
è dimostrato anche dalla perdita della tradizione giuridica municipale e dalla
caduta della denominazione originaria, sostituita dal generico appellativo Casale, diffuso, come toponimo, in
età longobarda60. Anche la struttura urbanistica non sembra conservare
traccia dell'antico impianto romano; l’abitato medievale si andò lentamente
coagulando intorno alla pieve di S. Evasio secondo tempi e modi a noi
sconosciuti, ma certo in forma stabile soltanto quando l'edificio religioso venne circondato da una fortificazione, cioè nella prima
metà del X secolo61.
Vuole la
tradizione, fissata nella Passio Sancti
Evasii62, un'opera agiografica dell'inizio del secolo XI63, che
la pieve sia stata fondata da un ecclesiastico beneventano di nome Evasio,
martirizzato ad opera degli ariani durante il regno di Liutprando (712-744); il
re longobardo avrebbe poi ordinato di ampliare e ricostruire la chiesa, in cui
erano conservate le reliquie del martire. Il testo della passio
è purtroppo l'unica fonte a nostra disposizione per far luce sulle origini
della pieve; anche in questo caso, l'ultimo studio sull'argomento è opera di Settia64.
Una lunga ed attenta analisi della composizione permette a Settia
di concludere che «la passio è un testo
oltremodo composito» e che l'agiografo, della vicenda di Evasio, non sapeva
«pressoché nulla: forse non ne conosceva che il nome, l'esistenza delle sue
reliquie e qualche vaga ed imprecisa diceria»65; quindi «i nomi di luogo e di persona
risalgono ai modelli letterari66 tenuti presenti dal compilatore»67.
Sulla base di una tradizione locale certo molto viva, ma piuttosto povera ed
imprecisa, l'autore della passio fu dunque costretto ad inventare quasi
completamente la storia di Evasio, compresi i nomi di persona e di luogo, in un
quadro di assoluta e voluta indeterminatezza cronologica che, per lungo tempo,
indusse a datare il martirio del santo alla tarda età imperiale68. L'unico
nome storicamente riconoscibile, quello di Liutprando, fu forse ritenuto
anch'esso dall'ignorante autore sufficientemente lontano ed indeterminato nel
tempo.
Settia
crede di sapere donde fu tratto il nome del re longobardo: alla fine del testo della passio è infatti
trascritta l'epigrafe funebre di un prete di nome Natale, che un tempo si
trovava nella chiesa di Casale; tale epigrafe, databile in base a
considerazioni stilistiche al secolo VIII, probabilmente portava
nell'escatocollo la datazione secondo gli anni del regno di Liutprando69.
L'epitaffio costituiva il più antico e forse unico documento storico a
disposizione dell'agiografo ed è probabile che la devozione popolare avesse
associato da tempo Natale ad Evasio70;
così, il nostro autore avrebbe introdotto il prete nella narrazione, facendone
un discepolo del santo, e avrebbe trasposto l'intera vicenda durante il regno
di Liutprando, senza tuttavia sapere quando fosse effettivamente vissuto questo
sovrano.
Benché
l'epigrafe non possa essere attribuita con sicurezza all'età di Liutprando,
l'epitaffio di Natale è per noi molto importante, perché indica che durante il
secolo VIII esisteva in Casale una chiesa, la quale era già sede di una familia
canonicale71.
Una delle
poche notizie fornite dalla passio che
possiamo considerare veritiera è la provenienza di Evasio dal ducato di
Benevento. I rapporti tra Benevento e l'Italia settentrionale furono intensi
durante tutto il periodo longobardo: nel 662, ad esempio, il duca beneventano
Grimoaldo si trasferì a Pavia ed usurpò il trono di re Pertarido72, ma
è poco probabile che il prete cattolico Evasio fosse un
seguace dell'ariano Grimoaldo73.
Paolo
Diacono, nella sua Historia - ignota all'autore della passio, come
abbiamo visto - ci narra che Grimoaldo esiliò a Benevento la moglie di Pertarido, Rodelinda, e suo figlio Cuniberto74. Nel 672
Pertarido recuperò il regno ed associò al trono Cuniberto, il quale regnò poi
fino all'anno 700. È molto probabile che Evasio avesse
seguito Cuniberto al momento del suo ritorno a Pavia, poiché nella passio
troviamo l'eco di alcuni avvenimenti accaduti proprio durante il suo regno.
Nella
parte finale della passio, un duca
ariano si ribella al suo re, occupa città, sparge il terrore nella regione,
muove infine contro il sovrano in una battaglia campale decisiva, da cui esce
sconfitto. L'episodio non sembra essere totalmente inventato: Paolo Diacono ci
narra che intorno al 689-690 il duca ariano di Brescia, Alahis, si
ribellò a Cuniberto ed usurpò il trono; in seguito Cuniberto affrontò il
ribelle nella battaglia di Cornate, dove Alahis morì e il re, in segno di
ringraziamento, fece costruire un monastero in onore di S. Giorgio75.
Il
«martirio» di Evasio
può essere verosimilmente legato alla ribellione di Alahis, poiché fu proprio
durante l'usurpazione che si venne a creare un'atmosfera pesantemente
anticlericale: infatti «facta est magna tribulatio omnibus qui eum (Cuniberto)
diligebant, et maxime sacerdotibus et clericis, quos omnes Alahis exosos
habebat», tanto che
costoro «coeperuntque tanto amplius Cunincpertum desiderare, quanto pervasorum
regni superbum execrationi haberent»76. Bisogna inoltre ricordare l'invocazione
di Zenone, diacono di S. Giovanni Battista di Pavia, morto durante la battaglia di Cornate: «Domine rex omnis vita nostra in tua
salute consistit, si tu in bello perieris omnes nos
iste tyrannus Alahis per diversa supplicia extinguet»77.
Poiché i
longobardi non dimostrarono mai, neppure nei primi anni dell'invasione, alcuna
forma di fanatismo religioso78, è difficile pensare ad una vera persecuzione di ariani contro cattolici79. Un tale accanimento contro il clero
cattolico costituisce un evento unico nella storia del regno longobardo e fu
determinato dal fatto che la rivolta di Alahis raccolse
«gli ultimi tenaci conservatori della religione tradizionale longobarda,
awersari della politica di Cuniperto80; tra costoro poterono esserci delle
truppe stanziate nel territorio fra Asti e il Po81 le quali, durante una spedizione su Casale,
abbiano colpito Evasio, creatura di Cuniperto, la cui presenza sul luogo può
forse essere spiegata con l'esistenza di terre fiscali (...). Così si spiegherebbe l'uccisione avvenuta in Casale di un uomo -
assai probabilmente un ecclesiastico - di possibile provenienza beneventana;
'martirio' essenzialmente politico, ma a cui potè essere dato valore
religioso»82.
Dunque Evasio fu probabilmente ucciso perché era da tempo un fedele funzionario di Cuniberto, ma egli era
anche un prete cattolico, e credo che i due ruoli non vadano considerati
separatamente: in quel particolare momento storico del regno longobardo, una
corretta amministrazione e il controllo del territorio erano attuati anche
attraverso una capillare opera missionaria di cristianizzazione o conversione
al cattolicesimo83, cosicché i chierici diventarono i portatori privilegiati
di una nuova cultura politica, basata sulla morale cristiana, che trovò poi la
sua massima espressione nelle riforme di età liutprandina84.
Anche
l'intensa opera missionaria itinerante e le fondazioni religiose che la passio attribuisce al martire sembrerebbero
confermare queste affermazioni. Spingendoci oltre, possiamo supporre che, in
realtà, ad Evasio fosse stato affidato l'incarico di
riorganizzare l'area collinare tra il Po e il Tanaro. Il sistema consisteva
probabilmente nel selezionare alcuni piccoli villaggi e, se già non vi fosse, dotarli di un edificio di culto, rendendoli così
efficaci poli di attrazione e controllo della popolazione rurale; ai chierici
ivi insediati fu forse affidata anche qualche funzione pubblica minore.
Un'azione
politica di questo genere non può essere provata, ma non è inverosimile e
potrebbe ben spiegare l'evidente fastidio dell'aristocrazia longobarda locale per l'operato
dei rappresentanti regi. Infatti, il caso di Evasio
non fu certo isolato: gli uomini di Alahis infierirono sui chierici in tutto il
territorio del regno85.
Inserendolo
nello stesso quadro storico, Settia chiarisce l'uso ideologico che Cuniberto
fece del martirio di Evasio: probabilmente il sovrano
riedificò e dotò la pieve fondata da Evasio a Casale86 e
diffuse il culto e le reliquie del santo in Lombardia. La figura di Evasio divenne uno dei simboli della resistenza e
dell'opposizione ad Alahis, in particolare a Brescia, dove il duca ribelle
aveva ottenuto i maggiori appoggi da parte dell'aristocrazia longobarda87.
Una ulteriore
possibilità, che Settia non considera, è che sia stato invece proprio
Liutprando a costruire la pieve ex novo, nell'ambito della sua opera di riforma
istituzionale, dedicandola ad un martire di alto significato simbolico e
ideologico, qual era certo Evasio; prove ne sarebbero l'epigrafe di prete
Natale e la presenza del nome del re nel testo agiografico della passio88.
Il lavoro
di Settia, oltre a fornire preziose indicazioni per la possibile datazione
della canonica di S. Evasio di Casale, ci permette di inserire in un più
preciso contesto anche alcune notizie riguardanti
altri personaggi e altre località.
Un caso
che interessa direttamente la nostra ricerca è quello
di S. Valerio, martire venerato nel territorio di Lu e Mediliano. Il nome di
Valerio è attestato per la prima volta alla fine del XIII secolo, quando al
santo è dedicata una chiesa in Occimiano89; tuttavia, diverse notizie sembrerebbero
indicare che tale culto ebbe origine in un tempo assai remoto. Si narra infatti che nell'anno 725 il re Liutprando abbia acquistato
dai saraceni di Cagliari le reliquie di S. Agostino, di S. Fulgenzio e di S.
Valerio di Ippona; il corpo di quest'ultimo sarebbe in seguito stato trasferito
da Pavia a Lu90. L'identificazione di S. Valerio di Lu
con il vescovo di Ippona era certo la più diffusa91, ma
non l'unica, poiché fu proposta anche quella con un vescovo della leggendaria
città di Sedula92 e, più recentemente, con l’omonimo vescovo di Saragozza93.
Se le
opinioni degli eruditi sono molteplici e discordi, la tradizione popolare
tramanda invece una sola versione, distinguendo però il momento del martirio
dal ritrovamento delle reliquie: un diffuso racconto orale riferisce infatti che S. Valerio «al tempo degli Ariani, fu
trapassato da una freccia in un campo tra Lu, Mirabello ed Occimiano»94. In
seguito, in epoca imprecisata, fu scoperta una sepoltura antica in un campo
posto «parte sopra i confini di Lu, e parte sopra quelli
di Occimiano», e vi si identificò il corpo del martire: si accese subito una
disputa con i fedeli di Occimiano riguardo alla proprietà delle reliquie, che
alla fine furono collocate su un carro «da due buoi novelli tirato», i quali
si diressero autonomamente a Lu, sancendo così la volontà divina95.
La
tradizione liutprandina «erudita» mi
sembra del tutto inattendibile, poiché chiaramente
costruita sul racconto di Paolo Diacono, affiancando arbitrariamente le
reliquie di Valerio a quelle di S. Agostino96.
Diverse
possibilità interpretative permette invece la versione
popolare. La morte di Valerio presenta infatti
caratteristiche alquanto originali, poiché non si tratta di un vero e proprio
martirio: non vi è una sicura indicazione della posizione occupata dal santo
nella gerarchia ecclesiastica né della sua opera missionaria, non si conoscono
i nomi dei suoi persecutori o l'epoca in cui il fatto avvenne. Ancor più
indeterminato è il luogo che fu teatro della vicenda: un campo qualsiasi che in
seguito non fu consacrato dall'erezione di nessun edificio di culto.
Si potrebbe dunque supporre che l'agiografia del santo sia stata costruita intorno al ricordo impreciso di eventi
remoti; Valerio potrebbe essere stato una figura realmente esistita, magari un
prete cattolico ucciso durante le persecuzioni anticlericali attuate dagli
uomini di Alahis, forse perché era un collaboratore di Evasio, forse perché
era un funzionario regio di grado minore. La presenza di un chierico a Mediliano
in età longobarda non sarebbe affatto strana, poiché è possibile che sull'area
cimiteriale di età tardoantica esistesse già un
mausoleo, una cappella o un modesto oratorio97.
La
fondazione della pieve sarebbe dunque avvenuta subito dopo la rivolta di Alahis, per evidenti motivi propagandistici, oppure in
età liutprandina98, o anche più tardi, durante il secolo VIII, quando la pieve
di S. Evasio di Casale disponeva già del prestigio e del personale necessari
per estendere la rete plebana su tutto il Monferrato orientale. In questo caso sarebbe strano che la pieve di
Mediliano non sia stata intitolata a Valerio, ma
forse, in un'epoca così vicina ai fatti, la sua morte non aveva ancora assunto
un preciso carattere di «martirio» per la fede, cosicché soltanto a distanza di
tempo, quando la memoria dei particolari era ormai vaga, fu possibile ritrovare
un corpo e venerarlo come quello di un martire.
Si tratta
certo di un'ipotesi molto suggestiva, che però non può
essere provata.
Esistono
invece altre possibili interpretazioni delle nostre fonti. Settia, ricordando
che l'attuale duomo di Casale sorge su un'area funeraria romana, non esclude
che il culto di Evasio sia stato originato dal
ritrovamento di una sepoltura antica, con immediata canonizzazione dell'inumato;
infatti, nella passio, l'agiografo attribuisce a Liutprando una visione
assimilabile al «classico sogno rivelatore che precede ogni inventio di
corpo santo»99.
Analogo
potrebbe essere il caso di Valerio, per il quale si è addirittura tramandato
il ricordo del ritrovamento miracoloso; per quanto riguarda il periodo in cui
ciò avvenne, o almeno il periodo in cui si diffuse il racconto del
ritrovamento nella sua forma attuale, può esserci d'aiuto l'accenno alla
disputa con i fedeli di Occimiano per il possesso delle reliquie, forse
sintomo della lotta per il controllo del territorio, sviluppatasi alla metà del XII secolo, tra i marchesi di Monferrato, signori di Lu, e gli Aleramici di
Occimiano100.
Il
«martirio» ad opera degli ariani non deriverebbe dunque dal ricordo di
eventi reali, ma sarebbe stato mutuato dalla passio evasiana, come
dimostra il fatto che «le gesta di S. Valerio di Lu paiono (...) in gran parte
rincalcate su quelle di Evasio»101.
Sempre
Settia ci invita a considerare più attentamente la
cultura franca di cui è imbevuto l'autore della passio e il fatto che
S. Evasio è commemorato nel Martirologio Gerolimiano tra i martiri lionesi102;
ciò andrebbe correlato alla diffusione, nell'area casalese, di culti di origine
franca, quali sembrano essere quelli di Germano, Defendente e dello stesso
Valerio103. La fondazione della pieve di Mediliano andrebbe allora
collocata in età carolingia104.
In
quest'ultimo caso è possibile supporre che il racconto della morte e del
ritrovamento di S. Valerio sia stato costruito interamente nel XII secolo,
quando ormai si era persa la memoria delle origini franche del culto, allo
scopo di giustificare il possesso delle reliquie e quindi la preminenza della
pieve di Mediliano sulla chiesa dipendente di
Occimiano, nella quale si venerava lo stesso santo.
Ancora e
soltanto tracce, dubbi, incertezze, ma l'analisi e il
confronto dei dati finora raccolti ci ha permesso di restringere
considerevolmente l’ampio ventaglio delle possibilità e di arrivare a due
importanti conclusioni:
1) la
pieve di S. Giovanni di Mediliano fu fin dalle origini legata
alla pieve di S. Evasio di Casale e fu probabilmente fondata proprio da
chierici di provenienza casalese;
2) la
fondazione di entrambe le pievi deve essere collocata
tra la fine del VII secolo e, al più tardi, la fine del IX.
Tali risultati, confrontati con la datazione precedentemente
proposta per le pievi di Industria e Castrum Turris, confermerebbero la
cronologia suggerita dai tributi in maiali delle liste plebane e,
indirettamente, la nostra ricostruzione dei tempi e dei modi della
cristianizzazione del basso Monferrato. Dal punto di vista formale, anche lo
schema architettonico dell'edificio non contrasta con la datazione ai secoli VIII o IX105.
|
57 F. trisoglio,
Dalla «Villa Metiliani» cit., seguendo una lunga
tradizione di studi, identifica l'insediamento romano dì Casale con la città
di Sedula e colloca l'antica Vardacate nell'attuale località di
Terruggia. Per l'intera questione vedi A.A. settia,
Sviluppo e struttura
di un borgo medievale: Casale Monferrato, in P. cancian, G. sergi, A.A.
settia, Gli statuti di
Casale Monferrato del XIV secolo, Alessandria 1978, pp. 31-91;
ripubblicato in settia, Monferrato
cit. pp. 103-157. L'identificazione di Casale con Vardacate è
stata recentemente ribadita da S. giorcelli bersani, Aspetti
politici e sociali della colonizzazione romana del Piemonte: il caso di
Vardacate, in «Studi Piemontesi», XXII, 1 (1994); ID., Alla periferia cit., pp. 23-45. |
|
58 S. Finocchi, Casale Monferrato sede
di municipio: la questione di Vardagate. La necropoli di via del Pozzo di S.
Evasio a Casale, in Quarto congresso di Antichità
e dyArte (Casale Monferrato, 20-24 aprile 1969), Casale
Monferrato 1974, pp. 105-132; vedi anche settia,
Monferrato cit., p. 107. |
|
59 la rocca, « Fuit civitas prisco in
tempore » cit., p. 111 ;
giorcelli bersani, Alla
periferia cit., pp. 43 sg. |
|
60 Vedi
L. bertini, Indici
del codice diplomatico longobardo, Bari 1970, p. 595. |
|
61 settia, Monferrato cit. pp.
103-157. |
|
62 L'edizione più
recente ed accurata si trova in A. coppo,
// culto di S. Evasio di Casale vescovo e martire nelle
testimonianze più antiche, in « Rivista di storia della Chiesa in
Italia», XIX (1965), pp. 301-377. |
|
63 Alcuni datano invece
il testo al secolo X; vedi in proposito settia,
Monferrato cit., n. 17 a p. 204 e pp.
261 sgg. |
|
64 A.A. settia, Un presunto vescovo
astigiano di epoca longobarda: S. Evasio di Casale,
in «Rivista di storia della Chiesa in Italia», XXVII (1973), pp. 437-500.
Ripubblicato in settia, Monferrato
cit., pp. 201-263. |
|
65 Op. cit. p. 220. |
|
66 Antico Testamento,
Vangeli, Atti degli Apostoli, Historia Francorum di Gregorio di Tours,
Vita antiqua Sancti Eusebii Vercellensi, Vita Sancti Praeiecti (martire
franco di età merovingia). Ai fini della nostra
ricerca, è interessante notare che tra le fonti dell’agiografo manca la Historia
Langobardorum di Paolo Diacono. |
|
67 settia, Monferrato cit. p.
215. |
|
68 Con l'intenzione di
dare una patina di antichità al racconto, il
compilatore della passio scelse per i personaggi
nomi che ricordano quelli in uso nei primi secoli cristiani, di matrice
prevalentemente greca. |
|
69 Op. cit., pp. 229 sgg. |
|
70 «L'accostamento nel
tempo di due personaggi di epoche diverse, ma
entrambi appartenenti al passato, è infatti tipico della mentalità del popolo
che suole appiattire la prospettiva
storica, come ben conoscono gli studiosi di tradizioni popolari» settia, Monferrato cit. p. 239. |
|
71 Nell'epitaffio si
leggeva infatti che Natale «auxit aulam auxitque
familiam dignam» |
|
72 pauli diaconi Historìa
Langobardorum, IV, 51; J. jarnut, Storia
dei Longobardi, Torino 1995, pp. 57 sg. |
|
73 A questo proposito, vedi anche settia,
Monferrato cit., p. 249, n. 245. |
|
74 pauli diaconi Historia
Langobardorum, IV, 51. |
|
75 pauli diaconi Historia
Langobardorum, V, 38-41. |
|
76 pauli diaconi Historia
Langobardorum, V, 38. Citato in settia
Monferrato cit., p.250. |
|
77 pauli diaconi Historia
Langobardorttm, V, 40. |
|
78 G. tamassia, Longobardi, Franchi e Chiesa
romana fino a’ tempi di re Liutprando, Bologna 1888, pp. 47,116,122; vedi anche jarnut, Storia dei Longobardi cit.,
pp. 50 sgg. |
|
79 Sul piano politico e
religioso, l'arianesimo longobardo era praticamente
sparito prima del regno di Liutprando: vedi J. zeiller, Elude sur l'arianisme en Italie à l'époque
ostrogothique et à l'époque lombarde, in «Mélanges d'archeologie et d'histoire», XXV (1905), pp. 136-146; G.P. bognetti, S. Maria di Castelseprio
e la storia religiosa dei Longobardi, in L'età longobarda, II,
Milano 1966, pp. 463-474, 514, 518 sgg. |
|
80 Pertarido e
Cuniberto, cattolici, nel 680 stipularono la pace
con l'impero; la conseguente apertura delle frontiere favorì la circolazione
di uomini, beni ed idee provenienti dai territori bizantini. Vedi P. delogu, Longobardi e bizantini in
Italia, p. 152, in La storia, a cura di N. tranfaglia, M. firpo,
II, II medioevo, 2, Torino 1986, pp. 145-169. (La nota non è
nel testo di Settia). |
|
81 Sulla sicura presenza
di stanziamenti longobardi nella zona e sui ritrovamenti archeologici vedi settia, Monferrato cit., pp. 242 sgg. |
|
82 Op. cit., p. 254. |
|
83 jarnut, Storia dei Longobardi cit., pp. 68 sg. |
|
84 Liutprando rafforzò
il carattere pubblico del potere regio e dell'apparato istituzionale, con una
netta definizione dell'attività giurisdizionale di tutte le autorità
esistenti. Vedi delogu, Longobardi
cit., p. 162 e ID., // regno
longobardo, in P. delogu, A.
guillou, G. ortalli, Longobardi e Bizantini, Torino 1980 (Storia
d'Italia, I), pp. 125-133; jarnut, Storia
dei Longobardi cit., pp. 80 sgg. |
|
85 Oltre i brani già
citati, vedi pauli diaconi Historia
Langobardorum, V, 40, in cui Alahis fa voto di riempire un pozzo con
testicoli di preti; sul disprezzo di Alahis per la
scarsa virilità dei chierici, vedi delogu,
Il regno longobardo cit., pp. 119-121. |
|
86 La tradizione locale avrebbe poi dimenticato il nome di
Cuniberto, attribuendo la fondazione a Liutprando, il cui nome si leggeva
nella più antica epigrafe della chiesa, ovvero l'epitaffio di prete Natale. |
|
87 settia, Monferrato cit., pp. 254 sgg. Infatti, anche
dopo la morte di Alahis, alcuni dei suoi sostenitori continuarono ad
impensierire Cuniberto, come riferito in pauli
diaconi Historia Langobardorum, VI, 6. |
|
88 Il nome di Liutprando
è legato alla fondazione di numerose chiese piemontesi, a riprova della sua
intensa opera di ristabilimento delle istituzioni religiose nella regione: vedi settia, Monferrato cit., n.
289, p. 260. |
|
89 Acta Reginae Montis Oropae, a
cura di D. sella, G. ferraris, I, Bugellae 1945, doc. XVIII, p.
36; si tratta dell'attuale chiesa parrocchiale, che conserva ancora la stessa
dedicazione. |
|
90 Istoria come sia pervenuto il Corpo di San Valerio nel luogo di Lu, in
Visita pastorale del vescovo Pietro Girolamo Cavaradossi (18-21
aprile 1731), atti e decreti, vol. II, f. 243, ms. in Archivio Vescovile di
Casale Monferrato, faldone XVIII. |
|
91 Vedi anche F. alghisi, Il
Monferrato, Historia copiosa e generale in due parti et in XIIII
libri divisa, ms. sec. XVIII, in Biblioteca Reale di Torino, I, p. 440. |
|
92 G. de conti, Notizie
della vita e del culto di sant'Evasio proto-vescovo di Asti,
marchese e patrono principale della città e diocesi di Casale, cavate dagli
atti emendati del suo martirio, Tonno 1808. |
|
93 A. tizzani, Storia del
Monferrato casalese, Asti 1967, p. 105. |
|
94 Op. cit., pp. 203-209. |
|
95 Istoria come sia pervenuto cit., foglio 243 verso; tizzani, Storia del Monferrato cit.,
pp. 220-221, 232. Il fatto che nelle registrazioni moderne della tradizione
popolare si menzioni sempre il luogo di Lu e non
quello di Mediliano mi sembra naturale, poiché nel XVIII secolo si era persa
memoria dell'antica funzione plebana e quindi della preminenza di S. Giovanni
rispetto a S. Maria Nuova di Lu. |
|
96 pauli diaconi Historia
Langobardorum, VI, 48. |
|
97 Cfr. demeglio, Lu. La pieve di S.
Giovanni cit., in «Quaderni della Soprintendenza Archeologica del
Piemonte», 13 (1995), Notiziario. |
|
98 Ciò potrebbe anche
spiegare la notizia dell'intervento di Liutprando, conservata nella tradizione erudita del XVIII secolo. |
|
99 settia, Monferrato cit., p. 259. |
|
100 Vedi A. angelino, Castello di Giarole; ID., Castello di Pomaro Monferrato; ID., Castelli
di Baldesco, di Castel Grana, di Occimiano e ricetto di Mirabello Monferrato,
tutti in Andar per castelli. Da Alessandria da Casale tutto intorno, Torino
1986, pp. 373 sgg., 383 sgg., 393 sgg. |
|
101 settia, Monferrato cit., p. 243. |
|
102 settia, Monferrato cit., p. 260. Inoltre, nel testo della passio
alla città di Benevento, da cui proveniva Evasio, viene attribuito
l’inspiegabile aggettivo di «lugdunea». |
|
103 F.A. angarano, Valerio di Saragozza, in
Bibliotheca sanctorum, XII, Roma 1969, coli. 926 sg.; P. viard, S. Germano diAuxerre,
in Bibliotheca sanctorum, VI, Roma 1965, coll. 232-236; P. burchi, S. Defendente, in Bibliotheca sanctorum, IV, Roma
1964, coll. 258 sg. |
|
104 Tale è anche la
datazione della pieve di Mediliano, che emerge dal «riesame complessivo dei
dati storici, archeologici e storico-artistici», proposta da demeglio, Lu. La
pieve di S. Giovanni cit., in «Quaderni della Soprintendenza
Archeologica del Piemonte», 13 (1995), Notiziario. |
|
105 P. verzone, Da Bisanzio a Carlo
Magno, Milano 1968, pp. 210, 226 sg. |
Da curtis a castrum: il territorio di Lu nell'alto medioevo
La
fondazione della pieve di S. Giovanni presso le rive del torrente Grana, nel
punto in cui quest'ultimo entra nella pianura, sembra verosimilmente indicare
che, anche dopo le invasioni del V secolo, la popolazione della valle non si
rifugiò sui colli vicini, ma rimase, forse in gruppi di case sparse, forse radunata
in un villaggio, non lontano dai resti della villa Metiliani e
dall'area cimiteriale tardoantica106; la natura e l'ubicazione di questo insediamento
rurale non sono determinabili con sicurezza, poiché né le ricognizioni sul
territorio, né le fotografie aeree hanno finora permesso agli archeologi di
individuare le tracce dell'abitato107.
È stato giustamente osservato che «la conservazione del toponimo
originario in un sito coincidente, oppure più o meno distante da quello di età romana, sembra potersi imputare alla presenza di un
edificio utilizzato collettivamente dalla popolazione locale a cui il nome
venne a riallacciarsi con precisione»: in questo modo il toponimo «venne ad
identifìcare solo l'area prossima all'edificio religioso e quindi soltanto una
zona marginale dell'antico insediamento»108. Lo scivolare e il restringersi del nome
antico all'area della pieve lascia dunque supporre che in
origine tutto il fondovalle del Grana fosse chiamato «Mediliano» e che
pertanto il villaggio, o i villaggi, potessero trovarsi in un punto qualsiasi
di questo vasto territorio.
Tuttavia,
l'indeterminatezza toponomastica è in parte corretta dalla presenza della pieve
stessa, la cui ubicazione, pur essendo certo legata all'area funeraria, per
ovvi motivi pratici non poteva essere molto distante dalla comunità dei fedeli;
in quest'ottica non è quindi da trascurare l'ipotesi
di una continuità di insediamento sul sito romano della villa Metiliani, i
cui resti sono forse stati individuati a poco più di un chilometro dalla pieve,
in un pioppeto presso il Grana109.
Se
neppure la vasta e radicale crisi tardoantica potè mutare la struttura
insediativa della zona, quando e come la popolazione di Mediliano si trasferì
sul colle di Lu, dando vita al nuovo villaggio? Difficile proporre un risposta sicura: è comunque certo che, per stravolgere
tanto profondamente delle abitudini così radicate, per produrre lo spostamento
di un'intera comunità contadina, furono necessari un buon motivo e una buona
occasione.
Il motivo
va forse cercato nella lunga serie di incursioni
ungare e saracene che durante il X secolo provocarono enormi stragi e
distruzioni in tutta l'Europa110, mentre l'occasione fu probabilmente offerta dalla nascita
di un centro agricolo curtense sulla sommità della collina sovrastante Mediliano.
Due carte
del secolo XI ci descrivono la nuova situazione insediativa, fornendoci nel
contempo preziosi indizi sui rapporti sociali, la natura della
proprietà fondiaria, gli interessi delle forze concorrenti nel territorio di Lu
durante l'alto medioevo.
Il giorno 3 ottobre
1028, nel castello di Monfalcone (presso Cherasco), Otha, figlia del fu Oddone, e Odilo, detto Guido, figlio del fu Oddone,
rispettivamente madre e figlio, donarono al monastero di S. Pietro di Savigliano
la decima parte della loro curtis di Lu, nonché due cappelle e tutti i
beni posti nei «loca et funda» di Cuccaro e Mediliano111.
Le
disposizioni finali del documento ci illuminano sulla
vera natura dell'atto: alla morte dei donatori, le nove parti restanti della curtis
ed ogni altro bene sarebbero stati ereditati dagli eventuali figli maschi
di Otha e di Guido, ad eccezione dei possedimenti di Villamairana, presso Fossano,
che spettavano ad un'altra figlia di Otha, Richilda; se invece non vi fossero
stati eredi maschi, l'intera proprietà sarebbe passata al monastero di S.
Pietro. È dunque chiaro che non si tratta di una semplice donazione, ma di una
vera e propria sistemazione patrimoniale, si potrebbe dire quasi un testamento.
Poiché
Otha era figlia del marchese Oddone, figlio del famoso marchese Aleramo112,
sembra strano che l'erede dei suoi beni di Lu sia il lontano monastero di
Savigliano, e non un ente monastico di fondazione aleramica, quale il monastero
di S. Pietro di Grazzano. Il fatto ha invece una spiegazione: il defunto marito
di Otha, anch'egli di nome Oddone, era membro della
famiglia saluzzese dei signori di Sarmatorio, Manzano e Monfalcone113, la
stessa a cui appartenevano i coniugi Abellonio ed Amaltruda, che pochi mesi
prima, il 12 febbraio 1028, avevano fondato il monastero di S, Pietro di Savigliano114.
Le terre
di Lu e Mediliano, situate in un'area di forte presenza fondiaria aleramica115,
costituivano probabilmente la dote della quale Otha era tornata in possesso
alla morte del marito; i possedimenti di Villamairana, invece, erano certo
parte del patrimonio di Oddone di Monfalcone ed erano
destinati alla dote di Richilda.
La donazione suscita comunque qualche
interrogativo: perché Otha non lasciò semplicemente che il figlio ereditasse i
suoi beni? Se il documento riguardava soltanto i beni della dote di Otha, perché vi fu compresa la proprietà di Villamairana? Se invece il documento riguardava tutti i beni di Otha e Guido, perché non furono considerate le altre
proprietà del defunto Oddone di Monfalcone?
Otterremo
delle risposte soddisfacenti soltanto supponendo che la donazione sia stata
compiuta subito dopo la morte di Oddone, per volontà
dei parenti del defunto, al fine di tutelare l'integrità del patrimonio
familiare, e col consenso, probabilmente libero, di Otha. Infatti, dopo la
morte del marito, la vedova «in genere non tornava nella famiglia d'origine,
bensì restava nella casa del defunto, e comunque si
cercava di fare in modo che i suoi beni dotali non passassero al suo lignaggio
originario ma rimanessero nella discendenza maschile del marito stesso»116;
non è dunque casuale che la donazione del 1028 comprendesse soltanto i beni che
rischiavano di sfuggire alla famiglia dei signori di Sarmatorio.
Certo il
figlio di Otha, Guido, non era considerato un erede
sufficientemente sicuro, forse perché ancora bambino, forse perché malato o demente:
infatti il testo del documento lascia chiaramente capire che, se anche era in
teoria possibile che egli avesse dei figli, ciò era tuttavia molto improbabile.
In caso
di morte di Guido e della madre, i beni di proprietà di Oddone
sarebbero dunque sicuramente passati ai suoi fratelli117 -
per cui non fu necessario inserirli nella donazione - mentre la dote di Otha
avrebbe potuto essere legittimamente rivendicata dagli Aleramici; per ovviare
al problema, i signori di Sarmatorio convinsero la vedova a donare tutto al
monastero di S. Pietro di Savigliano, che era di loro proprietà. La dote di
Richilda serviva invece a tacitare le pretese del suo eventuale marito sull'eredità
di Oddone118.
I timori
dei Sarmatorio erano fondati: nel maggio del 1055, forse in seguito alla morte
del marchese aleramico Anselmo II119, la contessa Adila, vedova di Anselmo,
e i suoi figli, Anselmo ed Ugo, emanarono due atti, in favore dei monasteri di
S. Marziano di Tortona120 e di S. Pietro di Savigliano. Nel secondo di questi atti
confermarono al monastero di S. Pietro la proprietà delle due cappelle e di
tutti i beni ad esse pertinenti «in loco et fundo Lugo», pervenuti al monastero
attraverso la «chartam offersionis de parte quemdam Ottani et quemdam Odilo qui
est Wido»121.
Il
contenuto del documento è ambiguo, ma sembrerebbe riferirsi ai soli beni di cui
il monastero entrò in possesso nel 1028 e non ai restanti nove decimi promessi:
poiché, come previsto, Guido e sua madre erano morti senza figli maschi, i
monaci di Savigliano avrebbero dovuto ricevere l'intera
curtis di Lu, ma è molto probabile che gli Aleramici si siano opposti e
abbiano avuto la meglio, grazie all'egemonia di fatto che esercitavano nella
regione. L'atto di conferma del 1055 ricorderebbe allora il compromesso che successivamente, in un momento imprecisabile, era stato
stipulato fra le parti o, meglio, la sistemazione patrimoniale dei beni che gli
Aleramici avevano imposto e il monastero aveva dovuto accettare; anche il
matrimonio di una figlia di Anselmo II e della contessa Adila, Sibilla, con
Robaldo di Sarmatorio potrebbe indicare l'accordo raggiunto fra le due famiglie122.
Stupisce
l'intervento di Adila, Ugo e Anselmo, appartenenti al
ramo aleramico anselmiano, nella gestione della curtis di Lu,
precedentemente in possesso del ramo oddoniano della famiglia e in seguito da
questo ramo nuovamente controllata. Il fatto appare ancora più strano se si
considera l'atto di fondazione del monastero di S. Giustina di Sezzadio da
parte di Oberto, fratello di Anselmo II123: il
documento sembrerebbe infatti dimostrare che nel 1030 era già avvenuta la
divisione del patrimonio ereditario e i diversi rami della famiglia aleramica
amministravano autonomamente le loro quote124. Pur non potendo negare tale
interpretazione del documento, credo che esso rispecchi una situazione
particolare, in un periodo di accesa rivalità fra gli
Aleramici anselmiani e oddoniani, rispettivamente alleati ed oppositori della
fazione filoimperiale125; inoltre la stessa carta di S. Giustina prevede, in caso di
necessità, una certa solidarietà fra i membri della famiglia126, in
una forma ancora molto fluida di compartecipazione e cogestione dei beni.
Se ora
analizziamo la documentazione della prima metà del secolo XI, possiamo constatare un alto numero di decessi in entrambi i rami
della famiglia aleramica: dei due figli di Anselmo di Aleramo, Oberto morì
poco dopo il 1030127, mentre Anselmo II, come abbiamo visto, era già morto nel
1055. Nel ramo oddoniano, tra i fratelli di Otha,
Riprando è attestato, al più tardi, nel 1014128, mentre Guglielmo era sicuramente già
morto nel 1042129; dei due figli di Guglielmo, il primo, Oddone II, è
attestato soltanto nel 1040130, e il secondo, Enrico, marito della celebre Adelaide «di
Susa», morì probabilmente nel 1044, senza eredi131.
Scomparsi
così i maggiori rappresentanti della fazione avversa, nel maggio del 1055 i due
figli di Anselmo II, Ugo e Anselmo, erano verosimilmente
diventati i membri più anziani dell'intera famiglia, o comunque del ramo con
maggiori interessi nel basso Monferrato: infatti i loro cugini di Sezzadio, di
cui non conosciamo l'età precisa132, sembrano agire soltanto a sud del Tanaro133.
Supponendo che allora non ci fosse ancora stata una precisa spartizione
patrimoniale, Anselmo e Ugo si sarebbero certo occupati anche dei beni di Lu,
in passato tendenzialmente controllati dal ramo oddoniano; ciò almeno finché i
figli di Oddone II, Ardizzone e Guglielmo, non
avessero raggiunto la maggiore età.
L'oggetto
della contesa tra i monaci di Savigliano e i marchesi aleramici non era di poco
conto. In genere, l'azienda agricola denominata curtis coordinava un
patrimonio fondiario disperso ed eterogeneo, costituito da una parte di terreni
gestiti direttamente dal proprietario o dal suo amministratore, con manodopera
servile, e da un gruppo di terre diviso in quote o mansi affidati a
coloni; al centro della parte dominicale vi era un edificio, sede
dell'amministratore, circondato da fabbricati per i servi, magazzini, cisterne,
stalle e fienili134. Le famiglie dei concessionari dei mansi solitamente non risiedevano in case sparse, ma in villaggi, circondati
da orti e terre comuni, insieme alle famiglie dei piccoli proprietari
indipendenti della zona135. All'interno di questo schema generale, esistevano comunque numerose varianti locali.
Nel caso
di Lu, non possiamo stabilire se la curtis, che comprendeva
probabilmente la maggior parte delle terre della valle di Mediliano e della
pianura, fin quasi a Mirabello e Occimiano, fu una creazione aleramica o se già
esistesse: la subordinazione dei fondi agrari ad un unico ente potrebbe infatti derivare da una tradizione antica, legata alla
villa romana, oppure, più semplicemente, da un'azienda di età carolingia.
È comunque certo che la curtis era collocata in una
posizione molto importante per gli Aleramici, poiché fungeva da collegamento
tra i loro beni del vercellese e quelli a sud del Tanaro136;
potremmo quindi far risalire la sua proprietà al conte Guglielmo, padre di
Aleramo137, oppure al gran numero di allodi e benefici che Aleramo
stesso accumulò durante il X secolo138.
In
particolare, è molto probabile che i beni di Mediliano fossero
pervenuti agli Aleramici a titolo beneficiario, poiché erano in un luogo di antico
insediamento romano e quindi si trattava di terreni che Settia giudica di
proprietà fiscale139; in seguito, gli eredi di Aleramo tentarono, certo con
successo, di far dimenticare l'origine pubblica di queste terre, forse appunto
legandole alla loro curtis allodiale. La supposizione potrebbe essere avvalorata
proprio dal contenuto della carta del 1028: mentre Lu è definita semplicemente
«nostra curte», in Cuccaro e Mediliano vengono donate
«omnes res iuris nostri», con una formula volutamente incerta.
Il centro curtense vero e proprio, arroccato sul colle di Lu,
perse ben presto l'aspetto di una semplice azienda agricola, per assumere le caratteristiche
di un villaggio fortificato: infatti, mentre nel 1028 è detto curtis, nel
1156 e nel 1199 è attestato come castrum140 e nel 1255 troviamo la definizione recetum141. È poco probabile che la curtis signorile,
il castello marchionale e il ricetto comunale siano entità fisicamente
distinte, nate in tempi diversi142; credo invece che la differente terminologia delle fonti indichi
un'evoluzione, forse più istituzionale e formale che materiale, delle stesse
strutture insediative; infatti «i castra primitivi,
per la loro struttura e destinazione, altro non potevano essere in realtà che
'ricetti', anche se designati con il termine castrum attinto dal lessico
tradizionale della latinità»143.
Tra X e
XI secolo il complesso degli edifici curtensi di Lu fu probabilmente
cintato con una palizzata o con un muro, diventando quindi un recinto
fortificato facilmente definibile «castello»144. Il mastio, quello che viene considerato, a torto, il castello vero e proprio, fu
edificato in seguito, forse fortificando l’edificio padronale, oppure sulle
fondamenta di un torrione più antico145.
In
particolare, se il termine curtis si riferiva al complesso dei beni patrimoniali,
l'uso del termine castrum indicava il nuovo ruolo di centro del potere
signorile assunto dal villaggio fortificato; infine, la definizione recetum,
più tarda, sottolineava forse l’uso pubblico del
recinto, di certo ampliato, da parte della comunità degli abitanti, in un
momento in cui, da un lato, a Lu era già sorto un comune rurale, dall'altro il
nucleo centrale del castello, il mastio, si andava caratterizzando sempre più
come edificio residenziale ad uso esclusivo del signore, con la conseguente
estromissione della popolazione. Penso dunque che, dei tre tipi di ricetto
individuati da Settia, quello di Lu possa essere identificato con il cortile
più esterno del castello (basse courte) e non con una struttura
totalmente separata146.
La curtis
fortificata costituì dapprima un rifugio occasionale, in caso di pericolo,
per gli abitanti delle campagne circostanti, poi attrasse definitivamente la
popolazione della valle del torrente Grana e del villaggio di Mediliano,
coagulando così sotto la protezione e il dominio dei marchesi aleramici sia i
contadini dell'azienda curtense, sia i dipendenti di altri
proprietari fondiari, sia i piccoli allodieri indipendenti147;
all'inizio del secolo XI il trasferimento era probabilmente concluso e
sull'antico sito romano non rimanevano che poche capanne e la pieve di S.
Giovanni.
È facile pensare che la scelta del sito per la costruzione, o
ricostruzione, del centro domocoltile, in un luogo elevato e difendibile, fosse stata dettata da un preciso calcolo politico dei
marchesi aleramici, proprio in previsione dello sviluppo della curtis in
senso militare ed insediativo e, quindi, signorile148.
|
106 Per la «funzionalità»
degli insediamenti accentrati vedi P. toubert,
Les structures du Latium medieval, Rome 1973; C. wickham, II problema
dell'incastellamento nell'Italia centrale: l'esempio di S. Vincenzo al
Volturno, Firenze 1985; ID., Castelli e
incastellamento nell'Italia centrale: la problematica storica, in Archeologia
e storia del medioevo italiano, a cura di R. francovich, Roma 1987, pp. 83-96. |
|
107 Le tracce di un
villaggio medievale, costituito da capanne, con poche opere in muratura,
sono in genere molto scarse e difficilmente individuabili. |
|
108 la rocca, *Fuit civitas prisco in
tempore» cit., p. 122. |
|
109 demeglio, Ricognizioni
archeologiche cit.; ID., Linee metodologice cit.,
pp. 28 sg. |
|
110 Vedi A.A. settia, Le incursioni saracene e
ungare, in La storia cit., I, // medioevo,
2, Torino 1986, pp. 287-306; Id., Monasteri subalpini e presenza
saracena: una storia da rìscrivere, in Dal Piemonte all'Europa:
esperienze monastiche nella società medievale (Atti del XXXIV Congresso
storico subalpino, Torino, 27-29 maggio 1985), Torino 1988, pp. 293-310. |
|
111 C. turletti,
Storia di Savigliano corredata di documenti, Savigliano 1879,
vol. IV, doc. 5, p. 12; anche in Monumenta Aquensia, a cura di G.B. moriondo, II, Taurini 1790, coll. 517
sg. |
|
112 R. merlone, Prosopografìa aleramica
(secolo X e prima metà del XI), in «Bollettino
storico-bibliografico subalpino», LXXXI (1983), pp. 580 sgg. |
|
113 Op. cit., p. 583, n. 135. |
|
114 ricaldone, Appunti cit., p. 32; sulla famiglia di Oddone
vedi G.B. adriani, Degli
antichi Signori di Sarmatorio, Manzano e Monfalcone, Torino 1853. |
|
115 R. merlone,
Sviluppo e distribuzione del patrimonio aleramico (secoli X e XI), in «Bollettino
storico-bibliografico subalpino», XC (1992), pp. 635-689. |
|
116 C. violante,
Le strutture familiari, parentali e consortili delle aristocrazie
in Toscana durante i secoli X-XII, in / ceti dirigenti in Toscana nell'età
precomunale (Atti del I convegno del Comitato di studi sulla storia dei
ceti dirigenti in Toscana), Pisa 1981, pp. 19 sg. |
|
117 La partecipazione ed
il consenso della vedova agli atti dei figli erano giuridicamente rilevanti,
tuttavia non si costituiva una comunione di beni tra questa e i figli. Vedi
G. vismara, Famiglia e successioni nella
storia del diritto, 2* ed., Roma 1973, p. 38. |
|
118 Richilda divenne
forse monaca a Caramagna; vedi adriani,
Degli antichi Signori di Sarmatorio cit.,
pp. 104 sgg. |
|
119 Anselmo II era figlio
di Anselmo I, fratello di Oddone, padre di Otha; merlone, Prosopografia cit.
pp. 582 sg. |
|
120 Le carte dell'archivio
capitolare di Tortona, a cura di E casotto,
V. lece, Pinerolo 1905
(Biblioteca della Società Storica Subalpina, 29), doc. XXI, pp. 34
sg. |
|
121 turletti, Storia di Savigliano cit., vol. IV, doc. 9, p. 16; anche in Monumenta Aquensia cit., I, Taurini 1789, coll. 33 sg. In seguito la proprietà
del monastero fu riconfermata più volte: TURLETTI, Storia di Savigliano cit.,
vol. IV, doc. 16, p. 24; doc. 34, p. 40. |
|
122 Vedi Q. sella, Del codice d'Asti detto de
Malabayla. Memoria, Roma 1887, allegato n. 7, quadro
I. |
|
123 G. pistarino, L'atto di fondazione di Santa
Giustina di Sezzadio, in «Rivista di storia,
arte e archeologia per le province di Alessandria e Asti», LXIII (1954). |
|
124 Vedi merlone, Prosopografia cit., pp. 537 sgg. e ID., Sviluppo
cit., p. 689. |
|
125 Vedi merlone, Prosopografia cit., pp. 571 sgg. |
|
126 Op. cit., p. 547. |
|
127 L. cit. e n. 180, pp.
547 sg. |
|
128 M.G.H., Diplomata regum et imperatorum Germaniae, IV,
pp. 423-426. |
|
129 Cartario della abbazia di San Solutore di Torino. Appendice di carte varie relative a chiese e monasteri di Torino,
a cura di E cognasso,
Pinerolo 1908 (Biblioteca della Società Storica Subalpina,
44), doc. 2, p. 275. |
|
130 B. baudi di vesme, E. durando, F. gabotto, Carte inedite e sparse dei signori e luoghi del
Pinerolese fino al 1300, Pinerolo 1900 (Biblioteca della Società Storica
Subalpina),doc. 7, p. 183. |
|
131 F. cognasso, Umberto Biancamano, Torino 1929, pp. 113-116; id., Adelaide,
in Dizionario Biografico degli Italiani |
|
132 Oberto e Guido, figli
del marchese Oberto, fratello di Anselmo II,
sembrerebbero più anziani dei cugini anselmiani poiché compaiono già
nell'atto di fondazione di S. Giustina di Sezzadio, ma ciò non
costituisce un indizio sufficientemente sicuro. |
|
133 Un'analisi delle
divisioni patrimoniali aleramiche, soprattutto del ramo anselmiano, trova in
L. provero, Dai marchesi del
Vasto ai primi marchesi di Saluzzo, Torino 1992 Biblioteca Storica
Subalpina, 209), pp. 77-86. |
|
134 Sulle aziende agrarie
curtensi esiste una letteratura vastissima: vedi i testi citati in P. toubert, Le strutture produttive
nell'alto medioevo: le grandi proprietà e l'economia curtense, in La
storia cit., I, // medioevo, 1, Torino
1988, pp. 51-89; R. comBA, Crisi
del sistema curtense e sperimentazioni aziendali (secoli XI-XIII), in La
storia cit., I, // medioevo, 1, Torino 1988, pp. 91-116. |
|
135 G. duby, L'economia rurale nell'Europa medievale, Roma -
Bari 1988, pp. 7 sgg. |
|
136 merlone,
Sviluppo
cit,
p. 658. |
|
137 Guglielmo, benché
fedele del re Rodolfo di Borgogna, probabilmente non era di
origine transalpina, per cui non sarebbe strano che avesse già delle
proprietà fondiarie in Monferrato, dove suo figlio Aleramo divenne poi
titolare della marca; vedi merlone, Prosopografia
cit., pp. 459-465. |
|
138 Nel periodo compreso
tra il 933 e il 967 Aleramo ottenne complessivamente diciotto corti e un
villaggio: cfr. merlone, Sviluppo cit., pp. 679
sgg. |
|
139 settia, Monferrato cit., p. 254. |
|
140 Cartari minori, a
cura di E. durando,
V. druetti, I, Pinerolo
1908 (Biblioteca della Società Storica Subalpina, 42), doc. X, p. 13; Cartario
Alessandrino, I, Torino 1928 (Biblioteca della Società Storica Subalpina,
113), doc. CLXVIII, p. 236; Cartario Alessandrino, III, Torino 1930
(Biblioteca della Società Storica Subalpina, 117), doc. CDLXXV, p. 83. |
|
141 Le carte dell'archivio
capitolare di Casale Monferrato,
II, Pinerolo 1908 (Biblioteca della Società
Storica Subalpina, 41), doc. CCXLVI, p. 43. |
|
142 Vedi ricaldone, Appunti
cit., pp. 35-45. |
|
143 A.A. settia, Fortificazioni collettive
nei villaggi medievali dell'Alta Italia: ricetti, ville forti, recinti, in «Bollettino
storico-bibliografico subalpino», LXXIV (1976), pp. 544 sg. |
|
144 Per l'ambiguità dei termini «castello» ed «incastellamento» vedi
wickham, Castelli e incastellamento cit., pp. 83 sg. |
|
145 Si tratta
di un processo di incastellamento di un'azienda agraria piuttosto comune e
documentato; vedi A.A. settia, Castelli
e villaggi nell'Italia padana. Popolamento, potere e sicurezza fra IX e XIII
secolo, Napoli 1984. |
|
146 Cfr. A.A. settia, Castelli, popolamento e
guerra, in La storia cit., 1/1, Torino
1988, p. 131; ID., Fortificazioni collettive cit.; vedi anche A. Cassi Ramelli, Dalle caverne ai rifugi
blindati Trenta secoli di storia dell'architettura militare, Milano 1964,
p. 198 e G.P. vigliano, Ricetti
in Piemonte, in Beni culturali e ambientali in Piemonte, Torino
1969, pp. 107-133. |
|
147 Per la concentrazione
dell'abitato sparso in luoghi fortificati vedi settia, Castelli e villaggi cit.; V. fumagalli, // regno italico, Torino
1986, pp. 215 sgg.; toubert, Les
structures cit; wickham, Il
problema cit. |
|
148 Vedi G. sergi, Lo sviluppo signorile e
l'inquadramento feudale, in La storia cit., 1/2, Torino 1986, pp.
369-393. |
Tra vescovo e
marchese: confronto politico e controllo della pieve
Nel 1028
Otha e Guido donarono ai monaci di Savigliano anche due cappelle, una delle
quali intitolata a S. Benedetto; la conferma del 1055, più precisa, indica che
le cappelle erano intitolate una a S. Benedetto, l'altra a S. Pietro. La
presenza di queste chiese costituisce un indizio molto interessante per
comprendere la complessità delle relazioni politiche e patrimoniali nel
territorio luese.
La
lettura delle sole carte del secolo XI potrebbe indurci a credere che entrambi
gli edifici si trovassero nel luogo di Lu, ma la bolla del 13 febbraio 1479,
con cui papa Sisto IV trasferì il distretto plebano di S. Giovanni di Mediliano
alla nuova parrocchia di S. Maria di Lu, definisce la
prima delle nostre cappelle «ecclesia ac prioratus Sancti Benedicti prope
Lignanum, Ordinis Cluniacensis»149. Il castello di Lignano si trovava nella valle del torrente
Ponara, ora nel comune di Frassinelle Monferrato, cinque chilometri circa ad
ovest della pieve di Mediliano; la cappella di S. Benedetto era probabilmente
situata tra il castello e la pieve, nel territorio di Conzano, poco a nord del
paese. E’ dunque necessario identificare la cappella col priorato cluniacense
di S. Benedetto di Conzano150, ben documentato a partire
dal 1275151.
Non
sapremo mai con certezza in che modo la cappella sia passata
dal monastero di S. Pietro di Savigliano all'abbazia di Cluny: forse i Signori
di Sarmatorio la donarono direttamente ai monaci cluniacensi, forse, più probabilmente,
la proprietà tornò prima ai marchesi di Monferrato; infatti, tutti i beni cluniacensi nella zona di Lu, legati al priorato di S. Pietro di Castelletto
Cervo, hanno evidenti origini aleramiche. Con un atto del 21 novembre 1127 il
marchese Oberto di Occimiano152 e la moglie Berta donarono a
Cluny, tramite Stefano, priore di Castelletto Cervo, «pecia una de sedimine»,
affinché vi fosse edificato un monastero, nonché cento moggia di boschi, vigne
e prati in Occimiano, e tutte le decime di Occimiano, Pomaro, S. Salvatore, Lu
e Conzano153; ad Occimiano fu poi effettivamente costruito il priorato
di S. Vitale, mentre la cappella di S. Benedetto fu forse donata in seguito ai
monaci di Castelletto, poiché nella documentazione successiva i due priorati
sono spesso nominati insieme154.
Se così fosse, resterebbe da capire in
che modo una parte dei beni compresi nella donazione del 1028 e riconfermati
nel 1055 tornò in possesso degli Aleramici. Anche in questo caso le nostre
supposizioni sono basate su tenui indizi: sappiamo soltanto che, verso la metà
del secolo XI, Sibilla di Monferrato155 sposò Robaldo di Sarmatorio e che in un
documento del 1111 compare un Boemondo di Manzano 156, nipote di Oberto di Occimiano,
probabilmente figlio di una sorella del marchese157. Si tratta di segni evidenti di una ininterrotta serie di scambi matrimoniali tra le due famiglie,
occasione per la circolazione delle proprietà terriere, ivi compresi i beni del
monastero di Savigliano, di cui i signori di Sarmatorio avevano piena
disponibilità.
Certo è
che nel 1126 la cappella di S. Benedetto non era più dipendente dai monaci di Savigliano, poiché la bolla di papa Onorio II del 24 novembre di quell'anno
non ne fa parola e conferma al monastero soltanto
«apud Lugo cappellam Sancti Petri»158.
La
cappella di S. Pietro si trovava invece sul colle di Lu159. La
costruzione di una cappella curtense rispondeva certo alle mutate esigenze
della popolazione, ormai concentrata nel recinto di Lu, a circa tre chilometri
da Mediliano; tuttavia, la pieve di S. Giovanni, lontana dal nuovo villaggio,
ma forte della sua antica tradizione, continuò ad essere considerata il centro
della vita religiosa della zona e sicuramente, per la funzione domenicale o in
occasione delle feste più importanti, raccoglieva i fedeli di Lu, Cuccare, Conzano e Mediliano.
È molto
probabile che la costruzione della cappella di S. Pietro non fosse
dettata soltanto da esigenze di comodità: di solito infatti la chiesa
curtense sottraeva, lentamente ma inesorabilmente, fedeli alla pieve locale, a
tutto vantaggio del signore fondiario che, in quanto padrone della nuova
fondazione, vedeva accresciuto il proprio prestigio sociale e la propria influenza
sulla popolazione rurale160. Nel caso di S. Pietro di Lu, credo che la fondazione della
nuova cappella servisse agli Aleramici per rivendicare una certa autonomia
economica, politica e religiosa rispetto al vescovo di Vercelli, al quale la
pieve di S. Giovanni era sottoposta.
L'ostilità
nei confronti dell'ordinario vercellese era tradizionale per la famiglia
aleramica, come è già dimostrato dall'atto del 961 con
cui Aleramo fonda il monastero di S. Pietro di Grazzano: in quell'occasione il
vescovo di Vercelli fu infatti esplicitamente escluso da ogni intervento sulla
scelta dell'abate e sul patrimonio del monastero161. Del resto i vescovi vercellesi
considerarono sempre il basso Monferrato come un'area
di loro pertinenza politica, in quanto appartenente alla diocesi eusebiana; e
ad indicare che si trattava di una rivendicazione di carattere pubblico162, e
non religioso, vi è un diploma del 999, in cui Leone di Vercelli chiede
all'imperatore Ottone III la conferma del «districtum Sancti Evasii»163.
In palese
contrasto con alcuni vescovi, nel corso del secolo XI le potenti
stirpi dell'aristocrazia funzionariale cercarono spesso di porsi alla guida
delle reti ecclesiastiche delle loro circoscrizioni, non solo «come uno
strumento di dominio politico, bensì come l'espressione di quella particolare
mentalità che considerava sacre le persone che incarnavano i gradi più elevati
del potere»164.
La
situazione si complicò ancor più quando la rivalità locale si
inserì negli scontri politici di livello europeo. Nei primi decenni del
secolo XI, la famiglia aleramica, tradizionalmente filoimperiale, sembra voler
mutare il corso della propria politica: già prima del 1014 i fratelli di Otha, Guglielmo e Riprando, insieme ai cugini Ugo, Oberto
e Anselmo II, figli di Anselmo I, compaiono in una donazione all'abbazia di
Fruttuaria, che era probabilmente «divenuta il punto d'incontro della politica
dei grandi marchesi dell'Italia nord-occidentale che erano in qualche modo
legati ad Arduino»165.
Dopo la
morte di re Arduino, nel 1015166, il ramo aleramico anselmiano tornò nelle file dei vassalli
imperiali, mentre il marchese Guglielmo rimase nel partito opposto: lo troviamo infatti nel 1016, insieme a Uberto il Rosso, a Olderico
Manfredi di Torino e ai figli di Arduino, impegnato nell'assedio del castello
di Santhià167, difeso da Leone, vescovo di Vercelli168.
Nello stesso anno è inoltre costretto a difendere dagli attacchi di Leone e dei
cugini anselmiani il castello imperiale di Orba, di
cui si era precedentemente impossessato169.
La guerra
tra il vescovo e Guglielmo non sembra placarsi neppure dopo
molto tempo, poiché nel 1026 quest'ultimo è nuovamente ricordato tra i nemici
di Corrado II170; Leone di Vercelli morì proprio in quell’anno e fu
sostituito da Arderico, anch'esso seguace dell'imperatore171.
In un
tale clima politico, lo scontro non era esclusivamente militare, ma si
frazionava in numerosi atti localizzati, di respiro certo limitato, ma comunque molto efficaci: anche l'edificazione della cappella
di S. Pietro di Lu, alternativa alla pieve di Mediliano, potrebbe essere, a mio
avviso, interpretata in questo senso.
La morte
di Guglielmo, avvenuta prima del 1042, e la quasi contemporanea ascesa al
trono imperiale di Enrico III contribuirono certo a sedare la contesa; del
resto, proprio in quegli anni, come abbiamo visto, gli Aleramici erano
nuovamente riuniti sotto la preminenza del ramo anselmiano, da tempo alleato
del seggio episcopale vercellese, sul quale era nel frattempo salito il nuovo
vescovo Gregorio172.
Nella
nuova situazione, Anselmo e Ugo accettarono di
confermare, con la carta del 1055, la cappella di S. Pietro di Lu al monastero
di Savigliano, anche perché, nonostante l'atto formale, la cappella rimaneva
nella loro curtis e quindi nel loro ambito di egemonia; inoltre, col
passare degli anni, il potere degli Aleramici sul territorio e sulla
popolazione di Lu si era di certo notevolmente rafforzato, includendo forse
anche qualche forma di controllo della pieve di S. Giovanni, e indirizzandosi
ormai verso una forma compiuta di signoria locale.
La
signoria aleramica è ben documentata un secolo dopo: il 4 maggio 1156,
Guglielmo il Vecchio173 e sua moglie Giulitta d'Austria donarono al monastero
aleramico di Grazzano alcuni beni e diritti, tra i quali «totum fictum
canevarum», ovvero i depositi dei prodotti agricoli, del castello di Lu174»
Pochi anni dopo, nell'ottobre del 1164, Federico I confermò
a Guglielmo il possesso dei luoghi di Pomaro, S. Salvatore, Lu, Camagna e Vignale175».
Nel 1199,
la zona si trovò al centro delle guerre in cui erano coinvolti i marchesi: Bonifacio I176 e suo figlio Guglielmo furono
costretti a consegnare ai consoli di Milano e Piacenza i castelli di S.
Salvatore, Lu e Vignale, quali garanzia per la pace stipulata con le città di
Alessandria, Asti e Vercelli177.
Infine,
il nome di Lu compare nell'atto del marzo 1224 con cui Guglielmo di Monferrato178 vincola i suoi beni per ottenere
un prestito dall'imperatore Federico II179.
L'egemonia
aleramica sembra riguardare anche la pieve di S. Giovanni: il 19 luglio 1119
Oberto di Occimiano refutò al vescovo Landolfo i beni della diocesi di Asti che egli deteneva nel luogo di S. Salvatore e ne venne
quindi nuovamente investito180. La cerimonia avvenne «per viam inter Occimianum et
Frascenetum», non lontano da Mediliano; infatti, tra i testimoni troviamo prete Germano, ministro della pieve di S. Giovanni,
il quale «rogatu ipsorum» stese anche l'atto181.
La
presenza di prete Germano al posto di un notaio potrebbe essere stata dettata
dall'improvvisa necessità di un patto stipulato «per viam», ma non si trattava comunque di un fatto eccezionale che ad un sacerdote fosse
delegata la custodia della «fides publica»182.
Per
Oberto costituì certo una garanzia il fatto che la pieve si trovasse in un
territorio in cui la sua famiglia era ben radicata. Inoltre, il marchese aveva
sicuramente dei rapporti di natura patrimoniale con l'ente: abbiamo già
ricordato la pergamena del 21 novembre 1127, con la quale lo stesso Oberto donò
al priore di Castelletto Cervo anche le decime di Occimiano, Pomaro, S.
Salvatore, Lu e Conzano183. Si trattava di gran parte dei tributi del distretto plebano di Mediliano, originariamente spettanti alla pieve di S. Giovanni; il
fatto non ci deve stupire, poiché da tempo la funzione
decimatrice non era più esclusiva delle pievi locali, avendo i vescovi,
tramite vendite, donazioni o investiture, disperso questo diritto tradizionale
nelle mani di enti religiosi o di signori laici184.
Nel caso
di Mediliano non possediamo l'atto di alienazione dei
diritti di decima; possiamo soltanto supporre che essa sia avvenuta per opera
del vescovo Arderico, quando passò tra i nemici dell'imperatore Corrado II, alleandosi
così con gli Aleramici del ramo oddoniano185, oppure nel periodo tra il 1094 e il
1122, quando la diocesi di Vercelli fu retta da cinque vescovi che le fonti
successive definiscono «intrusi», famosi per la loro scellerata dispersione
dei beni ecclesiastici186.
Privata della parte più cospicua degli introiti delle decime, la
pieve potè sopravvivere grazie ai propri allodi fondiari, di cui troviamo
traccia in un documento del 3 marzo 1255187; in quel giorno i consoli di Lu
censirono i beni che alcuni abitanti tenevano per conto della canonica di S.
Evasio di Casale «in poderio, distripto et contilio de Lu». Delle diciassette pezze di terra
annotate, quattro confinavano con campi della pieve di S. Giovanni, ed una si
trovava all'interno di un suo appezzamento; quest'ultimo era situato «ubi
dicitur ad puulentam», cioè nel luogo detto Acqua
Sulfurea, nella valle del torrente Grana, poco a sud di Mediliano188.
Una pezza era situata presso la cappella di S. Pietro, le altre tre «ad spinetum» e «in val», luoghi purtroppo non identificati.
A
compromettere ulteriormente l'indipendenza giuridica ed economica della pieve,
troviamo un documento del 18 giugno 1298, con inserti tre documenti anteriori189.
Con l’atto più antico, datato 11 febbraio 1202, Alberto, vescovo di Vercelli,
investì Anrico di Buronzo e Pietro di Rosasco, a nome
del fratello Ottone, tutti appartenenti alla famiglia dei signori di
Casalvolone, di alcune awocazie di chiese della diocesi, compresa «in
Monteferrato de advocatia de Mealiano»190. Gli altri due documenti, datati 31
marzo 1250 e 10 marzo 1279, sono semplici conferme da parte dei vescovi del
tempo, con qualche lieve variante rispetto alla situazione del 1202.
Monsignor
Ferraris, basandosi sulla mancanza della qualifica di pieve,
sostiene che l'awocazia «deve derivare da uno strato storico-giuridico molto
più antico (...) anteriore almeno al secolo X»191. Il patronato di un ente religioso
presuppone, di solito, che i detentori fossero
patrimonialmente ben radicati nella zona, o che comunque vi esercitassero
qualche forma di potere; poiché non possediamo nessun indizio della presenza
dei signori di Casalvolone-Buronzo nel territorio di Mediliano, dovremmo
supporre che l'esercizio dell'awocazia da parte di questa antica famiglia risalisse
ad un periodo non documentato, quali furono i primi secoli di vita della pieve.
In seguito i Casalvolone, di origini longobarde,
sarebbero stati privati dei loro benefici e proprietà, a vantaggio dei nuovi
signori di stirpe franca, tra i quali è facile annoverare il conte Guglielmo e
suo figlio Aleramo.
Il quadro
è certo seducente, ma non può essere provato in alcun modo; è invece possibile
che un'analisi più approfondita della nostra fonte riveli una realtà ben
diversa.
Il documento del 1202 non è una pedissequa ripetizione di investiture precedenti, ma sembra legato ad un
particolare momento storico: il vescovo Alberto, fedele seguace di papa
Innocenze III, era allora impegnato a cercare aderenti alla quarta crociata tra
i membri dell'aristocrazia vercellese, ed è probabile che sia ricorso anche
alle investiture di beni e diritti della diocesi per invogliare i più
riluttanti.
Poiché la
spedizione, priva di finanziamenti adeguati, si trovò a dipendere
dagli investimenti personali dei conti e baroni filoimperiali192,
egli stipulò anche una tregua con Bonifacio di Monferrato, designato dalla aristocrazia
ghibellina quale capo dell'esercito crociato193; Alberto aveva evidentemente un
interesse personale nella buona riuscita dell’impresa; infatti, alla fine del
1204 fu eletto patriarca di Gerusalemme e l’anno successivo si trasferì in Terrasanta194.
Oltre a Mediliano, le awocazie di cui i Casalvolone furono
investiti nel 1202 riguardavano le chiese di S. Maria di Biandrate, comprese le
decime, S. Ambrogio di Casaleggio, S. Pietro di Landiona, comprese le decime,
S. Giovanni e S. Abbondio di Buronzo, S. Valentino e S. Maria di Rosasco. Nelle successive conferme si aggiunsero
S. Giorgio e S. Martino di Vicolungo, S. Maria di Biscareto, S. Martino e S.
Giulio di Casalbeltrame. Ad eccezione di Rosasco e di Mediliano, si trattava di
località situate intorno a Biandrate o a Buronzo, nel cuore della signoria dei
Casalvolone, e costituivano quindi una preda piuttosto allettante per questa
famiglia.
La
presenza di S. Giovanni di Mediliano, distante più di cinquanta chilometri
dalla Biandrina, sembra dunque inspiegabile; possiamo tuttavia supporre che il
vescovo Alberto volesse abbellire il più possibile l'esca e che vi abbia quindi
aggiunto anche la nostra pieve, di ormai scarso valore effettivo, poiché priva
di gran parte dei suoi redditi. Inoltre, nel febbraio del 1202 la tregua con il
marchese di Monferrato non era ancora stata stipulata
ed è normale che il vescovo volesse legare ai suoi vassalli gli enti religiosi
che sfuggivano al suo diretto controllo perché territorialmente sottoposti
alla signoria aleramica.
Anche la
conferma del 1250 sembra dettata da motivi politici. Fin dal 1243 il legato
pontificio Gregorio di Montelongo aveva venduto al comune
di Vercelli i diritti comitali di cui era titolare il vescovo, in cambio di
9000 lire pavesi195; tuttavia, i patti «non erano stati ratificati né da
Innocenzo IV, né dal nuovo vescovo di Vercelli, Martino Avogadro: anzi
quest'ultimo si era adoperato con ogni mezzo per impedire il riconoscimento»196. Al
fine di ottenere la conferma dell'acquisto, nel 1248 il comune aveva dunque
abbandonato il partito guelfo e si era alleato con Federico II197.
I
fuoriusciti vercellesi fedeli al pontefice, capeggiati dal vescovo Martino,
avevano allora iniziato contro la città una durissima guerra, che durò poi anche dopo la morte dell'imperatore, avvenuta nel
1250198.
È dunque naturale che Martino abbia voluto legare a sé anche i signori di
Casalvolone, da sempre avversari dei conti di Biandrate, aderenti al partito
imperiale199; infatti, Guglielmo di Casalvolone compare tra gli alleati
degli Avogadro anche negli atti successivi alla pace stipulata col comune di Vercelli nel 1254200.
È comunque improbabile che i signori di Casalvolone-Buronzo
siano riusciti ad esercitare qualche forma di controllo sulla lontana pieve di
Mediliano, poiché nel XIII secolo l'ente sembra stabilmente sottoposto al potere
signorile aleramico. Con un atto rogato a Moncalvo il 9 gennaio 1250,
Guglielmo, prevosto di Chivasso e delegato pontificio, esortò tutto il clero e
i religiosi «de Casali et tocius sui plebatus de Paciliano, Rusignano et
Mediliano et Valencia» a tornare in breve tempo «ad
gremium matris ecclesie», ovvero alla fedeltà al papa201.
Gli
abitanti di Casale e di Paciliano202 risultavano già aderenti al partito
imperiale in un atto del febbraio 1248 con cui Federico II confermò i patti
stipulati tra le due comunità203; è questa una prova evidente che, a due secoli e mezzo
dalle rivendicazioni del vescovo Leone di Vercelli, i borghi monferrini e le
loro chiese plebane sfuggivano ancora al controllo della diocesi eusebiana,
seguendo nelle sue scelte politiche Bonifacio II di Monferrato, loro signore.
L'appello di Guglielmo di Chivasso rifletteva la difficile
situazione dei seguaci imperiali in quell'anno: in Italia regnava un grande disordine, il figlio di Federico II, Enzo, era
prigioniero dei bolognesi204 e Federico stesso sarebbe morto in dicembre. All'inizio
del 1251 il marchese Manfredi II Lancia205, parente dell'imperatore defunto206,
passò al partito guelfo e saccheggiò il Monferrato a
sud di Casale207: si trattò certo di un momento di grave crisi per il
territorio di Lu e per la sua pieve.
|
149 ricaldone, Appunti cit., p. 29. |
|
150 V. cattana,
A proposito di due priorati cluniacensi monferrini della 'Provincia
Lumbardia': S. Benedetto di Conzano e S. Vitale di Occimiano, in «Benedictina», 16
(1969), pp. 129-135; ID., I priorati cluniacensi
nell'antica diocesi di Vercelli, in Cluny in Lombardia (Atti del
convegno storico celebrativo del IX centenario della fondazione del priorato
cluniacense di Pontida, 22-25 aprile 1977), Cesena, Badia del Monte 1979
(Pubblicazioni del centro storico benedettino italiano. Italia benedettina,
1/1), pp. 87-105. |
|
151 Proprio questa tardiva
documentazione ha finora impedito agli storici la correlazione con le attestazioni del secolo XI; vedi op. cit., n.
29, p. 95. |
|
152 I marchesi di
Occimiano erano un ramo della famiglia aleramica: Oberto era figlio di Ardizzone, figlio di Oddone II, figlio di Guglielmo di
Monferrato, fratello di Otha; cfr. sella, Del
codice d'Asti cit. |
|
153 D. sant'ambrogio, Origine e notizie diverse intorno al priorato
Cluniacense di San Pietro di Castelletto in provincia di Vercelli, in «Miscellanea di Storia Italiana», XLIV, 3* serie, t. XIII
(1909), doc. 3396, p. 130. |
|
154 cattana, A proposito cit.; settia, Monferrato cit., n. 136, p. 185. |
|
155 Come abbiamo visto,
Sibilla era figlia del marchese Anselmo II e della
contessa Adila. |
|
156 Boemondo era figlio di Anselmo di Manzano, figlio di Bonifacio, fratello di
Oddone, marito di Otha di Monferrato; cfr. C. patrucco, Le famiglie signorili di
Saluzzo fino al secolo XIII, in Studi Saluzzesi, Pinerolo 1901
(Biblioteca della Società Storica Subalpina). |
|
157 Le carte
dell'archivio capitolare di Casale Monferrato, I, Pinerolo
1907 (Biblioteca della Società Storica Subalpina, 40), p. 9. |
|
158 turletti, Storia cit.,
IV, doc. 16, p. 24. |
|
159 ricaldone, Appunti cit., pp. 28 sg., 37, n. 52. |
|
160 G. tabacco, G.G. merlo, Medioevo, Bologna 1981, pp. 214 sgg. |
|
161 Cartari minori cit., I, doc. 1, p. 2. |
|
162 Sul carattere
pubblico assunto dal potere del vescovo in molte città italiane vedi G. Tabacco, La sintesi istituzionale
di vescovo e città in Italia e il suo superamento nella 'respublica*
comunale, in ID., Egemonie sociali e
strutture del potere nel medioevo italiano, Torino 1979, pp. 397-427. |
|
163 M.G.H., Diplomata regum et imperatorum Germaniae, II,
pars posterior, Ottonis III diplomata, Hannoverae 1893, n. 323. |
|
164 G. andenna, Adelaide e la sua famiglia tra politica e
riforma ecclesiastica, in La contessa Adelaide cit., p. 82. |
|
165 merlone, Prosopografia cit., p. 561. |
|
166 Anche Arduino d'Ivrea
si era mostrato ostile al clero eusebiano, fino al punto di
uccidere il vescovo Pietro e bruciare il suo cadavere (997); fumagalli, Il regno cit., pp. 207 sgg.; savio, Gli antichi vescovi cit.,
pp. 459 sgg. |
|
167 Le carte dello Archivio Capitolare di Vercelli, a cura di D. arnoldi, G.C. faccio, F. gabotto, G.
rocchi, I, Pinerolo 1912 (Biblioteca della
Società Storica Subalpina, 70), docc. 35-36, pp. 43-44; vedi anche merlone, Prosopografia cit,
pp. 571 sgg. |
|
168 Leone di Vercelli, di
probabile origine tedesca, era stato funzionario alla corte imperiale ed era
fedelissimo ad Enrico II; vedi H. bloch,
Beiträge zur Geschichte des Bischofs Leo von Vercelli und seiner
Zeit, in «Neues Archiv», XXII (1897), pp. 13-136. |
|
169 Le carte dello Archivio Capitolare di Vercelli cit., doc. 37,
p. 45; vedi anche merlone, Prosopografia
cit., pp. 571 sgg. |
|
17° Op. cit., pp. 573 sgg. |
|
171 savio, Gli antichi vescovi cit., pp. 465 sg. |
|
172 Op. cit., pp.
466 sg. |
|
173 È un discendente
diretto di Guglielmo, fratello di Otha. |
|
174 Cartari minori cit., doc. X, p. 12. |
|
175 B. sangiorgio, Cronica, a cura di
G. vernazza, Torino 1780, p. 29. |
|
176 Bonifacio I era figlio di Guglielmo IV il Vecchio. |
|
177 Cartario
Alessandrino, I, cit., doc. CLXVIII, p. 236; Cartario
Alessandrino, III, cit., doc. CDLXXV, p. 83. |
|
178 Si tratta del nipote di Guglielmo il
Vecchio. |
|
179 O. cancian, La carta di mutuo di
Guglielmo VI di Monferrato a favore di Federico //,
in «Bollettino storico-bibliografico subalpino», LXXXI (1983), pp. 729-749. |
|
180 // libro verde detta chiesa
d'Asti, a cura di G. assandria, II, Pinerolo 1907 (Biblioteca
della Società Storica Subalpina, 26), doc. CXCVIH, p. 47. |
|
181 Op. cit., p. 48. |
|
182 Il censimento dei
rogatari dei documenti privati di età longobarda
conta 48 «notarius», ma anche 20 «presbiter», 23 «diaconus» e 26 «clericus»;
M. amelotti, G. costamagna, Alle origini del notariato
italiano, Roma, p. 157. |
|
183 sant'ambrogio, Origine cit., doc. 3396, p. 130. |
|
184 Sul problema
dell'ordinamento plebano e delle decime vedi C.E. boyd, Tithes and Parishes in
Medieval Italy. The Historical Roots of a Modern Problem, New York 1952. |
|
185 savio, Gli antichi vescovi cit., pp. 465 sg. |
|
186 Op. cit., pp. 469 sgg.; L. minghetti, La Chiesa di Vercelli tra papato
e impero durante il secolo decimo secondo, tesi di dottorato di ricerca
in Storia Medievale per l'Università Cattolica di Milano, a.a. 1983-1986. |
|
187 Le carte dell'archivio
capitolare di Casale Monferrato, II, cit., doc.
CCXLVI, pp. 43-46. |
|
188 Per l'identificazione
del toponimo vedi ricaldone, Appunti
cit., p. 53. |
|
189 Documenti biellesi,
a cura di P. sella, F. gunasco di bisio, F. gabotto, Pinerolo 1909 (Biblioteca
della Società Storica Subalpina, 34), doc. XXXIII, p. 266. |
|
190 L. cit. |
|
191 ferraris, La pieve cit, pp.
117 sg. |
|
192 A. ducellier, Bisanzio,
Torino 1988, pp. 283 sg. |
|
193
V. mandelli, // comune
di Vercelli nel medio evo, Vercelli 1857,1, p. 40. |
|
194 savio, Gli antichi vescovi cit., p. 486. |
|
195 mandelli, // comune cit., I, pp. 226 sgg. |
|
196 C.D. fonseca, Ricerche sulla famiglia
Bicchieri e la società vercellese dei secoli XII e XIII, in Raccolta
di Studi in memoria di Giovanni Soranzo (Contributi dell’Istituto di Storia
Medioevale dell'Università Cattolica di Milano, I), Milano 1968, p. 242. |
|
197 mandelli, // comune cit., I, pp. 306 sgg.; una breve sintesi degli eventi
politici e militari in P. brezzi, La
politica di Federico II in Piemonte, in Bianca Lancia d'Agliano fra il
Piemonte e il Regno di Sicilia, a cura di R. bordone (Atti del Convegno, Asti-Agliano, 28-29 aprile
1990), Alessandria 1992, pp. 15-22. |
|
198 mandelli, // comune cit., pp. 315 sgg. |
|
199 I signori di
Casalvolone erano inoltre ostili al comune di Vercelli, che insidiava i loro
diritti sullo stesso borgo di Casalvolone; mandelli,
// comune cit., II, pp. 217-220. |
|
200 Op. cit., I, p. 334. |
|
201 Le carte
dell'archivio capitolare di Asti, a cura di L. vergano, Torino 1942 (Biblioteca
della Società Storica Subalpina, 141), doc. CXVII, p. 134. |
|
202 Si tratta dell'attuale borgo di S.
Germano, a sud di Casale. |
|
203 mandelli, // comune cit., I, p. 298. |
|
204 Enzo fu sconfitto e catturato nella
battaglia di Fossalta, nel 1249. |
|
205 C. merkel, Manfredi I e Manfredi II Lancia, Torino 1886; vedi anche E. voltmer, / collaboratori
piemontesi di Federico II e di Manfredi, in Bianca Lancia cit.,
pp. 23-37. |
|
206 Per le varie ipotesi di
parentela, vedi N. ferro, Chi
fu Bianca Lancia d'Agliano, in Bianca Lancia cit.,
pp. 55-80. |
|
207 mandelli, // comune cit., pp. 315 sg. |
Da pieve a
canonica
Nonostante
la situazione poco felice, fu proprio durante il XIII secolo
che la pieve di S. Giovanni mutò il proprio stato: in un elenco dei benefici
della diocesi di Vercelli databile all'anno 1299, troviamo la registrazione
«Plebs sive prepositura de Mediliano cum omnibus suis canonicis»208. La
chiesa di Mediliano era dunque divenuta sede di una canonica, ovvero di un
gruppo di chierici che conducevano vita comune, sotto la guida di un priore209.
È
impossibile stabilire con esattezza come e quando la canonica fu istituita, ma
possiamo tentare di circoscrivere l'arco di tempo in
cui ciò avvenne. Nella lista plebana contenuta nel privilegio papale del 1 giugno 1186210, all'interno di ogni singolo gruppo di
enti, le canoniche furono registrate prima delle semplici pievi: poiché S.
Giovanni di Mediliano è preceduta dalla «plebs Martiri»211,
che non fu mai una canonica, possiamo concludere che in quell'anno anche S.
Giovanni non era ancora tale.
Come
abbiamo visto, il primo documento in cui la pieve viene definita chiaramente
come una canonica è l'elenco dei benefici del 1299, ma già in un atto del 1255
compare tra i testimoni «dominus Obertus prepositus de Mediliano»212; il
titolo di priore è di solito legato all'esistenza di una familia religiosa,
possiamo quindi considerare questa attestazione come
una prova della avvenuta istituzione canonicale.
I motivi
della creazione della nuova canonica rimangono per noi un mistero. Ferraris
ricorda che i signori di Casalvolone esercitavano il patronato anche sulla
pieve di S. Maria di Biandrate e suppone che l'aspra concorrenza dei conti di Biandrate nel territorio della Biandrina li abbia costretti a «rivolgersi
altrove, cioè a S. Giovanni di Medigliano per tenere
alto l'onore della casata colla creazione della collegiata secondo la moda del
tempo»213. Non credo che i Casalvolone avrebbero
ottenuto qualche vantaggio fondando una canonica a Mediliano, anche
perché, come si è detto, la pieve di S. Giovanni sfuggiva certamente al loro
potere e al controllo del vescovo.
La
situazione mutò radicalmente dopo il 1251, quando le truppe del marchese
Manfredi II Lancia controllavano il casalese
meridionale214, e soprattutto dopo il 1254, anno in cui fu conclusa la
pace tra i fuoriusciti guelfi e il comune di Vercelli; in quell'occasione
tutti i chierici, i monaci ed i canonici che per tanti anni avevano militato
nel partito imperiale tornarono all'obbedienza vescovile e, in seguito ad una
richiesta degli stessi Avogadro, furono reintegrati nei loro benefici da papa
Innocenze IV215. Si trattò di una risistemazione dell'intera struttura
ecclesiastica diocesana, che coinvolse pure la chiesa casalese216,
anche se l'ostilità del marchese di Monferrato impedì sempre un completo
controllo vescovile sugli enti della regione; dunque è forse possibile
collocare in quel momento l'insediamento a Mediliano dei canonici, inviati dal
vescovo di Vercelli a costituire una comunità a lui fedele all'interno del
territorio aleramico.
La
documentazione riguardante il periodo canonicale è
scarsissima: per tutto il XIV secolo disponiamo soltanto di due liste plebane e
di un atto, datato 24 agosto 1355217; quest'ultimo è tuttavia molto interessante poiché dimostra
che l'ente godeva di un certo prestigio ed era ben inserito nei contrasti fra i
consortili aristocratici della regione.
Le potenti famiglie biellesi dei Codecapra e dei Cromo218
vantavano dei diritti di patronato sulla chiesa di S. Maria di Castelvecchio di
Mongrando, ma la famiglia dei Mirolio si era impossessata dell'ente, nominando
propri ministri. Il vescovo di Vercelli ed i canonici
di S. Stefano di Biella si schierarono contro i Mirolio, cosicché i Codecapra
poterono nominare, quale rettore della chiesa, Giacomo Avogadro di Valdengo,
priore di S. Giovanni di Mediliano.
Nonostante
fosse priore di Mediliano e, a partire dal 1355, rettore della chiesa di
Mongrando, Giacomo Avogadro non compare nei registri dei tributi diocesani
della metà del secolo; egli era membro di una delle famiglie più importanti
della diocesi, da secoli inserita nella clientela vescovile, ed è probabile che
ricoprisse le cariche e ne godesse i benefici, senza tuttavia risiedere
stabilmente in nessuno dei due luoghi, esercitando così quella che può essere
definita una forma embrionale di commenda219.
Alla metà
del XIV secolo, gli Avogadro non erano i soli ad
amministrare il patrimonio di S. Giovanni di Mediliano; al riguardo, possiamo
trarre utili informazioni dagli elenchi dei canonici contenuti nelle due liste plebane, risalenti al 1348220 e al 1360 circa221. Queste liste, analizzate insieme agli inventari dei
benefici del 1299 e 1440222, ci permettono anche di ricostruire l'estensione e il
reddito del distretto plebano di S. Giovanni.
La pieve
di Mediliano aveva giurisdizione su un territorio piuttosto ampio, che si
estendeva a nord fino al torrente Rotaldo e alla pianura di Occimiano, a est fino ai castelli di Giarole e Pomaro; il confine
tornava poi verso occidente, a sud di Mirabello, fino a Lu e al torrente Grana,
a ovest fino al borgo di Vignale.
L'ampiezza
e la fertilità del territorio non costituivano tuttavia una ricchezza per la
pieve: nel 1299 i benefici della canonica di S. Giovanni furono
stimati soltanto 44 lire astensi, mentre il patrimonio ecclesiastico
dell'intero distretto di Mediliano valeva ben 423 lire; la parte più consistente
dei redditi era posseduta dalla chiesa di S. Pietro di Giarole, a est di
Occimiano (100 lire), dalla chiesa di S. Sabina di Pomaro, ad est di Giarole
(32 lire), dalla chiesa di S. Lorenzo di Rualdo, presso Occimiano (32 lire) e
dalla chiesa di S. Valerio di Occimiano (37 lire). La situazione è del tutto
normale, poiché «fondazioni private, celle monastiche edificate da famiglie,
cappelle gestite da gruppi parentali, grandi abbazie regie si affiancavano alle chiese pubbliche, alle cattedrali urbane e alle pievi
rurali, erodendone lentamente le prerogative»223.
Nel
distretto di Mediliano, forse non è casuale che le chiese con gli introiti più
cospicui si trovassero nelle località in cui, alla
metà del XII secolo, si era svolta una serrata lotta per il controllo del
territorio tra i marchesi di Monferrato e gli Aleramici di Occimiano224;
abbiamo infatti visto come Oberto di Occimiano potesse allora disporre
liberamente delle decime di S. Giovanni225, ed è naturale supporre che entrambe le
parti tendessero a beneficiare le chiese situate nei luoghi strategicamente più
importanti.
Tuttavia,
nel XIV secolo l'uso privato del patrimonio plebano
non era più una prerogativa marchionale, ma sembra stabilmente esercitato dai
canonici: nel 1348, in occasione della decima straordinaria di Clemente VI, e
nel 1360, per la decima straordinaria di Innocenze VI, invece della stima dei
benefici, furono registrati i tributi; la comunità era allora formata da Pissinus Barberius226, Dominicus Ferandus227, prete Facius de Ozano228,
Odinus de Dominabus229, prete Alinerius de Marici230, prete Guillelmus Manzus231,
Thomas de Guaschis, Anthiucus Grassus.
La chiesa
doveva pagare 4 lire, in due rate, ed i canonici due rate
a testa di sei soldi ciascuna, per un totale di 4 lire e 4 soldi. Alinerio de
Marici e Guglielmo Manzo, sostituito poi da Facio Grasso, versavano
una sola rata a testa; nel 1360 anche Tommaso e Biagio Guasco versavano una
sola rata. Evidentemente i canonici si erano divisi in parti uguali la metà
del patrimonio, sul quale percepivano le rendite, mentre metà
rimaneva indiviso, a beneficio della chiesa; il fatto che alcuni si dividessero
la stessa quota, percependo quindi una rendita minore, indica probabilmente
che esistevano delle differenze di prestigio e potere tra le famiglie dei
chierici e che nella spartizione dei beni ecclesiastici se ne era tenuto conto.
In queste due liste manca l'importo del tributo della chiesa di
Giarole, ma i suoi canonici pagavano due rate di dieci soldi ciascuna ed erano
quindi più ricchi dei canonici di Mediliano; a capo della comunità di Giarole
vi era dominus Gaspardo Grasso, certo membro della stessa famiglia che
aveva due canonici a Mediliano e che quindi controllava una porzione
importante delle proprietà della pieve.
Infine,
nell'elenco del 1440 la canonica di S. Giovanni doveva un tributo di sole due
lire, contro le tre lire e mezza della canonica di S. Pietro di
Giarole. È difficile stabilire il motivo per cui, alla
metà del XV secolo, i tributi di S. Giovanni si erano dimezzati rispetto al
secolo precedente; forse i canonici avevano eroso lentamente i benefici o
forse esistevano problemi di esazione, ma è bene ricordare che, tra il 1348 e
il 1440, si scatenarono ben otto micidiali pestilenze232 e
che l'intera Europa viveva allora un momento di grave crisi economica e
demografica233.
Priva
delle decime, lontana dai centri abitati, con il patrimonio smembrato e diviso
fra le famiglie dei canonici, la pieve visse un lento declino: le fonti del XV secolo ci mostrano un edificio disabitato e in
cattivo stato di conservazione, in cui «raro divina celebrantur officia et
nullus residentia faciebat»234. Con una bolla datata 13 febbraio 1479, papa Sisto IV
decretò il trasferimento della canonica presso la erigenda
chiesa di S. Maria Nuova di Lu; la disposizione venne poi confermata con una
bolla del 4 maggio 1482.
S.
Giovanni di Mediliano divenne allora una semplice chiesa campestre, sede di assemblee liturgiche sempre più rare; tuttavia proprio
tra il XV e il XVI secolo l’edificio fu sottoposto ad una radicale
ristrutturazione, con la riedificazione di parte dei muri perimetrali e
l'innalzamento della quota pavimentale235. Nello stesso periodo vennero
realizzate due campane all'interno della chiesa, come dimostrano le tracce
della fossa di fusione e i resti degli stampi, rinvenuti sotto il pavimento236.
Tra XVII e XVIII secolo fu edificato un altare centrale, con la
conseguente elevazione di due muri che chiusero le absidi; successivamente
l'interno fu ridecorato con motivi neogotici. Soltanto all'inizio della
seconda Guerra Mondiale l'antica pieve fu definitivamente abbandonata.
|
208 Acta Reginae
Montis Oropae, a cura di D. sella, G.
ferraris, I, Bugellae 1945, doc. XVIII, p.
36, col. 67. |
|
209 Vedi La vita
comune del clero nei secoli XI e XII (Atti della Settimana di Studio,
Mendola, 1959), Milano 1962. |
|
210 faccio, ranno, / Biscioni cit., 1/2, doc. 231, pp. 84-87; vedi sopra, al paragrafo 2. |
|
211 Si tratta
della pieve di Monasco, presso Valenza; cfr. Acta Reginae Montis Oropae cit., I, doc. XVIII, p. 36, col. 67. |
|
212 Le carte
dell'archivio capitolare di Casale Monferrato, II, cit.,
doc. CCXLVI, p. 46. |
|
213 ferraris, La pieve cit., p. 120. |
|
214 mandelli, // comune cit., I, pp. 319 sg. |
|
215 Op. cit., I, pp. 334 sgg. |
|
216 A queste particolari
esigenze va forse legata anche la ricognizione dei beni della canonica di S.
Evasio di Casale sul territorio di Lu, nel 1255: Le carte dell'archivio
capitolare di Casale Monferrato, II, cit., doc.
CCXLVI, p. 46. |
|
217 Documenti biellesi
cit., doc. XLII, p. 292. |
|
218 Vedi N. irico, Il
problema della presenza signorile nei primordi del comune di Biella, in «Bollettino
storico-bibliografico subalpino», 69 (1971), pp. 449-504. |
|
219 L'istituto della
commenda, con cui veniva affidato in amministrazione
ad un prelato un beneficio ecclesiastico vacante, caratterizzò ampiamente la
storia religiosa dei due secoli finali del medioevo; vedi G. penco, Storia del monachesimo in
Italia. Dalle origini alla fine del Medioevo, Milano 1983, pp. 297-308. |
|
220 Acta Reginae
Montis Oropae cit., I, doc. XXXIV, pp. 107-109. |
|
221 Edito in E cognasso, Pievi e chiese del Monferrato alla metà del Trecento, in «Bollettino storico-bibliografico subalpino», 31, pp. 221-223;
nuova edizione in Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV.
Lombardia et Pedemontium, a
cura di M. rosada, Città del
Vaticano 1990 (Studi e testi, 324), pp. 273-291. |
|
222 Acta Reginae
Montis Oropae cit., I, doc. CIX, p. 235. |
|
223 fumagalli, II regno cit., p. 159. |
|
224 Vedi Andar per
castelli Da Alessandria cit., pp. 373 sgg., 383 sgg., 393 sgg. |
|
225 Sopra, paragrafo 6. |
|
226 In entrambi gli
elenchi a Pissinus Barberius è attribuito il titolo
di dominus, ma non poteva essere il priore, poiché nel 1355 ricopriva
la carica Giacomo Avogadro; si trattava probabilmente del sostituto del
priore e quindi dell'effettivo rettore della canonica. |
|
227 Dominicus Ferrandus nel
1360 (Dominus Ferrandus in Rationes cit.). |
|
228 Facius de Olzano nel
1360. |
|
229 Oddoninus de
Dominabus nel 1360. |
|
230 Alenerius de Maria
nel 1360 (Almerius de Maria in Rationes cit.). |
|
231 Nel 1360 al suo posto
vi è Facius Grassus. |
|
232
R. comba, La popolazione in
Piemonte sul finire del medioevo, Torino 1977; J.N. biraben, Les hommes et la peste en
France et dans les pays européens et méditerraneens, 2 voll., Paris
1975-76. |
|
233 J. day, Crisi e congiunture nei secoli
XIV-XV, in La storia, cit., I, // medioevo, 1, Torino 1988,
pp. 245-273. |
|
234 ricaldone, Appunti cit., p. 28. |
|
235 demeglio, Linee metodologiche cit., p. 33. |
|
236 demeglio, Lu. La pieve dì S.
Giovanni cit., in «Quaderni della Soprintendenza
Archeologica del Piemonte», 13 (1995), Notiziario. |
Giuseppe Banfo